di
Tommaso Labate
Intervista al giornalista e saggista: «Gli avevo chiesto di non dirmi a chi pensasse e lui non fece nomi. Se andavo al suo ristorante? Sì: lui poi mi riportava a casa. Da formidabile cantastorie, era un godimento ascoltarlo»
«Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito», risponde (ironicamente) Paolo Mieli quando gli si chiede (seriamente) se e quanto sia turbato dall’essere finito dentro la fantomatica triangolazione politica tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, il possibile movente dietro l’attentato ai danni del secondo per cui il primo è indagato come mandante e reo confesso. Alla messa a punto del famoso sondaggio per testare la popolarità del conduttore di Report come leader del centrosinistra e sfidante di Giorgia Meloni, a cui l’editorialista del Corriere avrebbe partecipato insieme a Stefano Cappellini, ci si arriva per gradi.
Direttore, quando ha conosciuto Lavitola?«Circa otto mesi fa. Prima di allora sapevo chi fosse, ovviamente. Ma non l’avevo mai visto né sentito».











