«La Sicilia è una lasagna culturale», sostiene la leonessa siciliana Stefania Auci, autrice della saga storica sui Florio, in moto perpetuo tra la sua Trapani e Palermo dove lavora come insegnante di sostegno alle superiori.Cita la definizione di una guida turistica amica per dire che «lettori e turisti dovrebbero cercare di andare oltre lo stereotipo di arancine, cannoli e spiagge». Anche se «alla fine la Sicilia è inconoscibile e non la capiscono neanche i siciliani», ammette mentre annuncia l’uscita l’8 settembre da Mondadori del nuovo libro dedicato ai ragazzi e «agli insegnanti che ti cambiano la vita» dal titolo Cunti, storie, romanzi, in cui rivela i racconti estivi della nonna Rosalia e le letture formative da Topolino a Salgari e Dumas, da Jane Austen alle sorelle Brontë, da Pirandello a De Roberto fino all’amato horror di Poe e Stephen King. Partiamo dal fatto che per l’Aie al Nord si vende il 58% dei libri, al centro il 23% e al Sud il 19%, come si spiega? «Oggettivamente perché al Nord si legge di più, anche grazie agli immigrati dal Sud che cercano nei tanti libri ambientati nel Meridione un pezzo della vita che sentono di aver perso. Lo posso dire perché ho molti lettori meridionali al Nord». C’è uno strapotere delle case editrici del Nord? «Il tema è che hanno le spalle più larghe per affrontare sfide come lo fu la mia. Devo molto alla lungimiranza di Cristina Prasso della casa editrice Nord, che mi lanciò dopo che ero stata snobbata da tanti suoi colleghi del centro e del Sud». Quesitone economica, dunque? «Un tema complesso. I leoni di Sicilia hanno fatto da apripista alla riscoperta del Sud. Tutte le case editrici hanno puntato su un genere inaspettato. Per molto tempo queste letture venivano fatte da lettori superficiali, quasi con una curiosità per l’esotico, poi è arrivata la consapevolezza della complessità del Sud. Prevaleva l’idea sbagliata di un Meridione neghittoso, mafioso e patriarcale, quando ci sono state tante donne attive e non è un caso che i moti del 1848 partano da Palermo con un coinvolgimento femminile». Al Sud ci sono anche meno librerie... «E proprio per questo diventano poli culturali di resistenza. Penso alla Modus vivendi e all’Europa a Palermo. Alle due librerie del Corso e Galli di Trapani. Al Mercante di libri ad Agrigento. Alla Capitolo 18 a Patti. Alle sorelle Sciacca e a Cavallotto a Catania. C’è una giovane libraia magnifica che ha aperto una Ubik a Siracusa. E fanno tutti un sacco di eventi, che si aggiungono a festival diffusi e vivaci». Cosa sbagliano i settentrionali sulla Sicilia? «Il confine tra esotismo e vera bellezza è nello sguardo del lettore come del viaggiatore. Il turista fa il giretto, il viaggiatore approfondisce. Molte persone vivono nel pregiudizio. Al di là dell’estetica oggi i libri rappresentano la complessità del Sud. Sono grata a chi si accosta alla Sicilia con sguardo pulito, ma bisognerebbe conoscere i territori per capire che c’è la difficoltà dello stare, della burocrazia, del muoversi, della siccità, del sistema sanitario in difficoltà. Questo in una saga storica è difficile da rendere». Eppure del Sud scrivono soprattutto i meridionali... «Il problema non è chi scrive, ma come ti leggono. I libri non fanno miracoli e vanno accompagnati dalla volontà delle persone di cambiare i propri pregiudizi. Alcuni lettori mi han detto che non pensavano esistessero fabbriche al Sud. C’è chi mi fa i complimenti perché parlo bene l’italiano... quando io non mi vergogno del mio accento, uso il dialetto e lo considero ricchezza culturale». Un tema considerato esotico è quello della famiglia disunita, che ne pensa? «Su questo noi autori meridionali stiamo facendo un’azione profonda. Mi colpisce la presenza sui social di molti psicologi che parlano di relazioni tossiche a titolo più o meno saggio. Se si critica tanto la famiglia è perché in realtà non se ne può fare a meno. Non ci sono mai state famiglie perfette, spesso reggevano su ipocrisia e paura, ma oggi riflettere sui rapporti sarebbe utile. A partire dal rispetto tra partner e tra genitori e figli. Una delle più grandi difficoltà che vedo è che gli insegnanti si trovano davanti ragazzi senza punti di riferimento». La Sicilia è decadente? «Si percepisce un senso di decadenza ovunque, a Palermo è evidente, ma anche a Napoli. L’aristocrazia coi suoi palazzi e terreni ha dovuto ripensarsi. Il ceto medio ha visto le sue certezze incrinarsi, come avvenne prima ai nobili. La precarietà è devastante anche dal punto di vista psicologico. Una volta si risparmiava per comprare casa, mentre oggi i trentenni faticano a pagare l’affitto». La Sicilia non si è mai ripresa dal crollo dell’aristocrazia e dalla sottomissione a Napoli, a Torino e a Roma? «Si potrebbe dire così, ma ci vorrebbe uno storico. Da un lato in varie fasi c’è stato un corale disinteresse della politica e dall’altra una totale incapacità del Sud di farsi valere e rispettare». Qual è la questione meridionale oggi? «Dovrebbe essere una questione italiana. A cominciare dall’offrire qualcosa agli studenti che formiamo, che vanno tutti all’estero. Non basta più andare a Milano, dove si trovano stage da poco e affitti alti». Nei suoi libri c’è la storia dei campieri, il delitto Notarbatolo, i primi intrecci tra mafia, politica e finanza. Cosa nostra è lo stereotipo siciliano più grande? «La mafia resiste allo stereotipo, ma ha cambiato pelle. E qui servirebbe un magistrato. La mafia ha capito di aver sbagliato con le stragi e resiste come stato mentale: il favore, l’omertà, gli appalti. Da tempo si è spostata al Nord in cerca di anonimato e guadagni. Nei libri dello storico Salvatore Lupo si trovano le origini del fenomeno come parastato utile ai nobili per controllare i terreni grazie ai campieri intimidatori. Buscetta ha raccontato che la struttura mafiosa non è cambiata dal periodo umbertino e fascista. La mafia nasce con l’aristocrazia e si evolve diventando autonoma con il commercio delle arance e l’emigrazione in Usa». Qual è la sua Sicilia? «Vivo tra Palermo e Trapani, al mare vado quando capita. Amo Favignana e la Riserva di Levanzo, oltre alla tranquillità delle spiagge del Marsalese. Ferragosto lo passo in famiglia a Trapani. Palermo soffre l’overtourism come tante città italiane: in centro c’è puzza di olio fritto ovunque, perché la pedonalizzazione non è stata accompagnata dalla cura. Per fortuna ci sono realtà che lavorano a un turismo sostenibile con meno persone e guide competenti. Solo così si può scoprire la complessità di un territorio». Ultimo stereotipo, è vero che in Sicilia il tempo scorre più lentamente? «Veramente non mi pare, anche se con questo caldo viene da fermarsi spesso. Il nostro stress è l’afa. Però io non mi arrendo, sono accelerata di mio. Con me ci sono cinquanta scrittori, il gruppo degli Olmi nato per salvare la Biblioteca di Niscemi, che vogliono raccontare un’altra Sicilia fatta di impegno, coraggio, cultura, donne e giovani».
Stefania Auci: “I libri non fanno miracoli. La mia Sicilia è una lasagna culturale”
La scrittrice: «Il turista fa un giretto, il viaggiatore approfondisce. Il confine tra esotismo e vera bellezza è negli occhi di chi legge»







