Da siciliana, Stefania Auci prova un senso di continuo sbigottimento: «Ogni volta che penso a Lampedusa non mi faccio una ragione di come un’isola così piccola sia rimasta da sola a affrontare una crisi - che poi non è una crisi, è una condizione ormai - per un tempo così lungo». E certo che appoggia la proposta di un Nobel per la Pace a Lampedusa: «Sono assolutamente d’accordo, anzi glielo avrebbero già dovuto dare, a Lampedusa e ai lampedusani, che hanno fatto della loro isola l’avamposto di un sistema costruito sulla buona volontà, una cosa unica». Cosa l’ha colpita di più nel viaggio di Leone XIV a Lampedusa? Ci si può aspettare un’azione forte da parte del Papa nei confronti dei migranti? «Da quello che vedo è un Papa che fa il Papa nel senso più profondo del termine. Non mi sembra un uomo dai gesti eclatanti o fuori dagli schemi, piuttosto uno che cambia le cose dall’interno, quieto, silenzioso e inflessibile. Mi sembra lucido, con uno sguardo aperto, adatto a seguire la velocità vorticosa con cui la società sta cambiando. Non soltanto è stato il primo a esprimersi in modo forte sull’intelligenza artificiale, ma il fatto di essere un americano che conosce il Sudamerica lo rende capace di uno sguardo trasversale. Non perde di coerenza, conosce le sue radici ma non si fa vincolare da esse. Possiamo aspettarci grandi cose da questo Papa».
Auci: “Lampedusa sola in prima linea, il Nobel lo merita da tempo. Riempiamola di libri e maestri”
La scrittrice: «La difesa di biblioteche e lettura diventi un impegno concreto. La Sicilia è sempre stata terra di immigrazione, siamo abituati alle diversità»











