Se l’estate chiama libri inconsueti, cosa c’è di più inconsueto di un libro di critica letteraria? “È fin troppo evidente che la critica si trovi in condizione critica (…) Fatto assodato è la sua perdita di prestigio”. Questo di Giulio Ferroni in apertura de La solitudine del critico (Salerno editrice) è solo l’ultimo canto del cigno, in ordine di tempo, che la critica fa di se stessa. La rottura definitiva tra la critica e la realtà è avvenuta quando quest’ultima è divenuta virtuale, contrapponendo allo sforzo dell’analisi un semplice like, anche se le lamentele da parte dei critici della critica – i Segre, i Lavagetto, i Berardinelli – erano già in atto a partire dagli anni novanta del secolo scorso, complice il superamento definitivo della carica ancora ideologica delle neoavanguardie a favore dell’intrattenimento puro, la morte dei movimenti letterari (se non creati a tavolino: i Cannibali), la completa industrializzazione della filiera editoriale (un’industria per molti ormai ostaggio della grande distribuzione, che droga il sistema col triumvirato debito/novità/resa). Come dare torto a Ferroni? Prima ancora di capire che cosa fa o dovrebbe fare un critico il problema che ci si pone è proprio spaziale. Dove esercitare oggi la critica? Da una parte i giornali concedono sempre meno colonne alle recensioni, dall’altra ci sono dei sistemi di legittimazione letteraria che seguono un criterio quantitativo: le classifiche di vendita sommano le copie vendute, i premi letterari sommano i voti. Resterebbe la rete, che però è il luogo dell’entropia e dell’inflazione, dove ogni cosa è giudicata e dimenticata, il luogo dell’oblio. In mezzo a questa apocalisse qualcuno che insiste – si incaponisce? – nell’esercizio della critica pura c’è. Raffaello Palumbo Mosca, Gianluigi Simonetti, Matteo Marchesini, Emanuele Zinato, Andrea Cortellessa, Chiara Fenoglio, Massimo Onofri. Nelle loro opere si fanno spesso dei nomi. E in fondo alla critica si dovrebbe chiedere proprio questo, ristabilendo le giuste proporzioni tra qualità e quantità. Quello che conta non è l’esaustività, ma la capacità di costruire un percorso d’indagine attraverso una serie di opere e autori. La critica rappresenterà sempre un vicolo cieco. È sempre stato questo il suo limite e la sua forza, essere inscindibile dal critico che la compie. La critica non può essere morta perché, se Dio vuole, non è mai nata
Il vicolo cieco della critica
Se l’estate chiama libri inconsueti, cosa c’è di più inconsueto di un libro di critica letteraria? “È fin troppo evidente che la critica si trovi in condizione critica (…) Fatto assodato è la sua perdita di prestigio”. Questo di Giulio Ferroni in apertura de La solitudine del critico (Salerno editrice) è solo l’ultimo canto del cigno, in ordine di tempo, che la critica fa di se stessa. La rottura definitiva tra la critica e la realtà è avvenuta quando quest’ultima è divenuta virtuale, contrapponendo allo sforzo dell’analisi un semplice like, anche se le lamentele da parte dei critici della critica – i Segre, i Lavagetto, i Berardinelli – erano già in atto a partire dagli anni novanta del secolo scorso, complice il superamento definitivo della carica ancora ideologica delle neoavanguardie a favore dell’intrattenimento puro, la morte dei movimenti letterari (se non creati a tavolino: i Cannibali), la completa industrializzazione della filiera editoriale (un’industria per molti ormai ostaggio della grande distribuzione, che droga il sistema col triumvirato debito/novità/resa). Come dare torto a Ferroni? Prima ancora di capire che cosa fa o dovrebbe fare un critico il problema che ci si pone è proprio spaziale. Dove esercitare oggi la critica? Da una parte i giornali concedono sempre meno colonne alle recensioni, dall’altra ci sono dei sistemi di legittimazione letteraria che seguono un criterio quantitativo: le classifiche di vendita sommano le copie vendute, i premi letterari sommano i voti. Resterebbe la rete, che però è il luogo dell’entropia e dell’inflazione, dove ogni cosa è giudicata e dimenticata, il luogo dell’oblio. In mezzo a questa apocalisse qualcuno che insiste – si incaponisce? – nell’esercizio della critica pura c’è. Raffaello Palumbo Mosca, Gianluigi Simonetti, Matteo Marchesini, Emanuele Zinato, Andrea Cortellessa, Chiara Fenoglio, Massimo Onofri. Nelle loro opere si fanno spesso dei nomi. E in fondo alla critica si dovrebbe chiedere proprio questo, ristabilendo le giuste proporzioni tra qualità e quantità. Quello che conta non è l’esaustività, ma la capacità di costruire un percorso d’indagine attraverso una serie di opere e autori. La critica rappresenterà sempre un vicolo cieco. È sempre stato questo il suo limite e la sua forza, essere inscindibile dal critico che la compie. La critica non può essere morta perché, se Dio vuole, non è mai nata








