"Certamente si può scrivere senza domandarsi perché si scrive”. Il critico Maurice Blanchot, morto nel 2003, non ha il successo che si merita, ma è forse a tratti troppo oscuro, ossimorico e rizomatico per questi tempi di risposte limpide date da ChatGpt e di cose “spiegate bene” come se esistesse sempre una verità. Il modo di scrivere di Blanchot, le sue frasi, hanno a tratti qualcosa di enigmatico e di sciamanico, che lo fanno somigliare a un filosofo in esilio, a un evangelista apocrifo, a un presocratico frammentario. E appare quindi normale, visto il suo profilo, che abbia avuto per tutta la vita quasi un’ossessione per l’opera di Franz Kafka. I suoi scritti sul praghese vanno da pezzi del 1943 ad articoli usciti a fine anni Sessanta – e che, come si dice in questi casi, non sembrano invecchiati di un secondo. L’ampio raggio cronologico mostra che in Blanchot l’interesse per Kafka non è mai morto. Ora questi testi li ritroviamo nel volume Da Kafka a Kafka, pubblicato, come gran parte della sua opera, dal Saggiatore e, per volere degli eredi, senza prefazioni, introduzioni o postfazioni (evviva!).Cosa interessa a Blanchot di Kafka? Il sacrificio. Cioè, la letteratura e la scrittura come atto sacrificale. “Possiamo parlare di felicità soltanto se riuscissi a elevare il mondo nel puro, nel vero e nell’inalterabile”, scrive Kafka nei suoi diari. “Kafka”, dice il francese, “ha sempre voluto essere soltanto uno scrittore”, ma ha anche provato il desiderio, mentre sapeva di dover morire, di distruggere la propria opera, e “forse il suo desiderio era scomparire, discretamente, come un enigma che vuole sfuggire allo sguardo”, capace di accettare la morte, di guardarla in faccia. Se non diventa scrittore Kafka si sente perduto, perché “scrivere lo fa esistere”, essere celibi vuol dire avere la libertà di poter essere scrittore, e quindi niente matrimonio. Quando si fidanza si sente “legato come un criminale”. Non si può che restare soli. “Tutto quel che ho fatto non è che un risultato della solitudine”, annota nei diari. Vuole “essere letteratura”. Kafka compie una battaglia continua con l’impossibile e con il mistero della scrittura, sacrificandosi. “Nessun’altra cosa potrà mai soddisfarmi”, non il vino, non le donne, non la musica. Vuole uscire dal mondo reale. Sogna dolorosamente di mollare il lavoro per prendersi il tempo per fare l’unica cosa che vuole fare, che non può non fare. Kafka è anche convinto che “il compito del poeta è un compito profetico”.Se a volte ci chiediamo perché Kafka è diventato lo scrittore massimo, quasi un’allegoria, un emblema della purezza e dedizione, la risposta la troviamo nel modo in cui Blanchot ci presenta pratica, vita e domande del praghese ebreo. E oggi, in questi tempi di over-production di libri – nel 2025 ne sono usciti oltre 700 mila solo in Italia – e in cui si appiccica l’etichetta letteratura un po’ a tutto, ci si chiede se l’esempio kafkiano possa aiutare a frenare i grafomani, schiavi del sistema editoria-distribuzione-social. Certo, non tutti possono essere aspiranti monaci come l’autore del Processo, ma dov’è l’ambizione? Non la si scorge certo sfogliando le classifiche della Lettura. Diventa offensivo oggi il modo in cui trattiamo la letteratura e i libri verso chi, come un samurai della scrittura, soffriva terribilmente quando non poteva stare piegato sui fogli, verso chi considerava, come un crociato, la scrittura l’unica via. In fondo “la domanda ‘che cos’è la letteratura?’”, scrive Blanchot, “non ha mai ricevuto altro che risposte insignificanti”.
Il Kafka dello sciamanico Blanchot, antidoto all’esplosione di libri d’oggi
Gli scritti del critico francese sull'autore del Processo restituiscono l'immagine di un letterato che soffriva terribilmente quando non poteva stare piegato sui fogli perché "scrivere lo fa esistere”






