Va pensiero (critico), addio, va sull’ali dorate, va ti posa sui clivi e sui monti, ovunque tranne che sulle urgenze attuali. Con molta tristezza dobbiamo prendere atto della scomparsa pressoché totale del pensiero critico, non diciamo dal mondo per intero (ma la tentazione verrebbe), di sicuro dal più circoscritto mondo della musica. Basta guardarsi in giro, la musica appare, si manifesta anche con una certa invadenza ma sempre da sola, sguarnita, priva di aura, scarsamente accompagnata da una qualche forma di pensiero, come se le due cose si fossero allontanate e non sentissero più il bisogno l’uno dell’altra. Il tema è tornato vivo e attuale per il concerto di Ultimo, uno dei rari casi in cui qualcuno ha timidamente provato a far funzionare il cervello e a farsi qualche piccola domanda sull’ossessione dei numeri, su queste manie di grandezza che assomigliano tanto alle conte che si fanno sui social, sul significato di queste adunate oceaniche che producono effetti paradossali, per poi vedere un concerto a distanze siderali (fino a un chilometro dal palco, perché questo comporta ritrovarsi in 250mila a vedere la stessa cosa), ma Ultimo qualche accenno di critica continua a guadagnarlo per una sua antica avversione ai giornalisti dichiarata nella conferenza stampa dei vincitori del festival nel 2019, quando arrivò secondo dietro Mahmood e la cosa gli garbò poco. E perché comunque a molti le dimensioni del suo successo appaiono difficilmente spiegabili. Poca roba, comunque, perché a fare testo e sottotesto oggi sono i numeri. Come può avere torto un musicista che riempie stadi o spianate colossali? A furia di strombazzare numeri e sold out, la musica popolare in Italia è diventata una terra desolata, dove non si discute, non si ragiona, dove il pensiero, quello critico ma anche il pensiero in sé, è poco desiderato, rompe le palle, ingombra, non serve a nessuno e infatti i risultati si vedono, il livello qualitativo del mainstream è in caduta libera, siamo infestati da musica scadente ma guai a dirlo perché in difesa dei cantanti ci sono truppe cammellate pronte al linciaggio. La verità è che abbiamo dimenticato alcuni elementi essenziali: discutere non significa dire che un artista è bravo o non è bravo, significa elaborare le mille gradazioni che esistono tra il bello e il brutto, significa voler capire meglio, approfondire, entrare nella musica, fantasticare, accapigliarsi, battersi per le proprie convinzioni. Esercitare il pensiero critico non è solo salutare, è anche divertente, significa dare vita alle cose, celebrarle nel modo giusto, amplificarle, contribuire a definire il nostro immaginario. E invece niente, i codici del giudizio sono affidati a cuoricini, numeri di spettatori, follower, non proviamo più a ragionare e la produzione sprofonda nel baratro della banalità.