I 250.000 del concerto di Ultimo a Roma, al netto delle varie spiegazioni piovute sui social ma mai adeguatamente supportate da una visione distaccata del fenomeno, ci indicano innanzitutto due cose: da una parte la più naturale tendenza al superamento di record precedentemente stabiliti, dinamica fisiologica in qualsivoglia attività umana e oggi quanto mai urgente necessità nell’ambito della musica dal vivo; dall’altra lo stato dell’arte, o delle sue economie, nel mondo del music business. Se infatti, andando a indagare il secondo punto, si prende in considerazione la disastrosa transizione dell’industria discografica dall’era dei supporti fisici a quella del prodotto dematerializzato, di internet e dello streaming, non si può che comprendere quanto il mondo della musica dal vivo sia giunto in soccorso di un settore capace di perdere nel giro di pochi anni più di metà del suo valore di mercato.

Stando ai dati Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry), l’industria musicale nel 2025 ha registrato a livello globale un fatturato di 31,7 miliardi di dollari, un dato in crescita rispetto agli anni precedenti ma da confrontarsi, quanto mai obbligatoriamente, coi dati dell’era precedente l’arrivo del world wide web. Ebbene, che numeri faceva l’industria musicale nel 1995? A livello globale il suo fatturato era di 40 miliardi di dollari, circa 78 miliardi di dollari odierni. Un’industria, quella musicale, che ha perso nel giro di un trentennio quasi 2/3 del suo valore di mercato (in termini percentuali circa il 60,3%), un settore senza più prodotto che generi ricavi, un’industria che solo grazie al live e ad altre strategie di mercato (la lottizzazione da parte di industrie terze – moda, automobile, gioielleria, orologeria, ecc. – e conseguente brandizzazione del prodotto) riesce, al netto di pur ingenti tagli orizzontali, a generare valore.