| 14 Agosto 2026 20:02 |

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(Adnkronos) – Cinque anni fa i Talebani tornavano al potere in un Afghanistan martoriato da decenni di guerre. Cinque anni dopo sono alla ricerca di riconoscimento internazionale, mentre esercitano un controllo crescente sulla popolazione e restringono diritti e libertà, soffocando l’informazione in un Paese considerato ‘più stabile’ in cui però quasi la metà della popolazione dipende dagli aiuti. Va avanti quella che appare sempre più una crisi dimenticata. Qualcuno vede uno ‘status quo’. Il governo talebano non è riconosciuto dalla comunità internazionale, anche se delegazioni del movimento che fu del mullah Omar hanno partecipato a colloqui all’estero. Lo scorso anno la Russia è diventato il primo Paese – e resta l’unico – a riconoscere formalmente il regime talebano come governo legittimo dell’Afghanistan. A giugno il Belgio ha reso noto di aver concesso i visti a cinque inviati del governo talebano per consentire un incontro con la Commissione Europea per parlare di rimpatri di cittadini afghani senza diritto a restare nell’Ue.

Sono passati cinque anni da quel 15 agosto 2021 in cui i Talebani tornavano a Kabul, mentre fuggiva l’allora presidente Ashraf Ghani. Arrivavano immagini di disperazione e di fughe strazianti. Oggi i Talebani cercano di ‘parlare’ con diversi Paesi. E parlano con la Cina (lo scorso agosto era a Kabul il capo della diplomazia di Pechino). In qualche modo anche con il vicino Pakistan, tra scambi di accuse e guerra sottosoglia. Cina, Emirati arabi uniti, India e Turchia, sottolinea l’Economist, lavorano con loro su questioni che vanno dal commercio all’attività estrattiva. E ci sono gli Stati Uniti. Nel febbraio del 2020, al primo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, arrivava l’accordo di Doha per il ritiro dall’Afghanistan. A fine agosto 2021 si concludeva, con Joe Biden alla Casa Bianca, il ritiro delle forze internazionali dal Paese. L’anno scorso Donald Trump tornava a parlare della base aerea di Bagram.