Cinque anni fa Kabul era una città in fuga.

Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti.

Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto.

Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito.

All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli.