Enrico Cerchione

Powered by

Caro direttore,

il suo editoriale e quello di Ignacio Arroyo Hernández colgono con precisione il meccanismo: Netanyahu è il capro espiatorio perfetto. Non esiste una sentenza definitiva di corruzione. Il mandato della Corte Penale Internazionale resta in piedi nonostante la rimozione di Karim Khan, il 24 luglio 2026, per abusi sessuali. Chiamarlo “criminale” non è un fatto giuridico: è una scelta retorica che permette a troppi di sentirsi a posto mentre sparano contro lo Stato ebraico.

Arroyo Hernández ha ragione: dopo Bibi bisognerà inventare un altro alibi. Perché l’odio non è nato con lui e non morirà con lui. La risoluzione ONU del 1975 che definiva il sionismo una forma di razzismo, il rapporto Amnesty sull’“apartheid” del 2022 sotto un governo di unità nazionale senza Bibi, il disimpegno da Gaza del 2005 seguito dalla presa di Hamas: tutto questo esiste indipendentemente da chi siede a Gerusalemme. Il rifiuto israeliano dei piani di “pace” con Gaza non è ostinazione personale. Il 9 agosto Netanyahu ha respinto il documento a 15 punti del Board of Peace di Trump per una ragione semplice e documentata: non c’è disarmo genuino di Hamas. L’Idf non si ritirerà finché le armi pesanti, leggere e i tunnel non saranno eliminati. Hamas lega il disarmo al ritiro israeliano e a uno Stato sovrano. È il circolo vizioso che ha già prodotto “Hamastan” dopo il 2005.