Il 28 ottobre bisognerà trovarne un altro. Lo troveremo entro sera
Ignacio Arroyo Hernández
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Nel 2024 lo storico Georges Bensoussan osservava che la ragione occidentale, davanti al 7 ottobre, trova una causa semplice: l’occupazione dei territori palestinesi. Da noi la questione si è semplificata ancora, e adesso ha un cognome. Domenica 9 agosto l’ha confermato il diretto interessato: respingendo il piano americano, Netanyahu ha annunciato che uno Stato palestinese non nascerà “finché sarò primo ministro”. La notizia è il no; a me interessa il finché.
Netanyahu è l’unica cosa, in tutta questa storia, che si possa cambiare votando. È per questo che gli abbiamo caricato addosso tutto il resto. Che tutto questo non si riduca a un uomo si può mostrare da due lati. Claudio Velardi ha parlato qui di ciò che manca sul versante palestinese. Al suo ragionamento se ne può affiancare uno speculare: togliere Netanyahu e vedere se cambia ciò che si dice di Israele. L’esperimento è già stato fatto tre volte. C’è la volta in cui non è ancora nessuno. Il 10 novembre 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approva la risoluzione 3379, che definisce il sionismo una forma di razzismo e di discriminazione razziale; la revocherà nel 1991. Netanyahu ha ventisei anni, studia al Mit e si firma Ben Nitay.







