A Gaza, per i pazienti oncologici, l’accesso alle cure è sempre più difficile. Due studi aiutano a ricostruire la situazione prima e dopo il 7 ottobre: il primo documenta gli ostacoli alle terapie, il secondo le difficoltà incontrate dai medici nel seguire i pazienti durante la guerra.
Un recente articolo di Reuters racconta il fenomeno attraverso le testimonianze di medici e pazienti e il confronto con le autorità israeliane. Oggi a Gaza i pazienti oncologici muoiono a un ritmo da due a tre volte superiore rispetto a prima della guerra, secondo i medici palestinesi intervistati dall’agenzia.
Tra le pazienti intervistate c’è Khuloud Abu Sahmoud, 33 anni, madre di due figli e affetta da un tumore ovarico in fase avanzata. Dal cessate il fuoco dello scorso ottobre aspetta di poter lasciare Gaza per curarsi in Egitto o altrove. Nel frattempo, il tumore si è diffuso ai polmoni e alle ossa. «Ogni giorno la mia malattia progredisce e la mia condizione è tragica. Mi sono cadute tutte le unghie, non ne ho più. Non mi resta che aspettare la morte», dice.
Per lei, come per migliaia di altri pazienti, il primo ostacolo è uscire dalla Striscia. L’esercito israeliano impone rigidi limiti agli attraversamenti giornalieri verso l'Egitto, nonostante l'accordo di cessate il fuoco del 2025 tra Israele e Hamas prevedesse la libera circolazione in entrata e in uscita. Secondo i funzionari sanitari palestinesi, dalla riapertura parziale del valico di Rafah sono passate circa 11mila persone, meno della metà di quelle previste dall'accordo.









