Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto di accesso ai social per gli under 15, giudicandolo sproporzionato rispetto alla libertà di espressione e carente nelle garanzie previste per la verifica dell’età. La decisione merita rispetto, ma anche precisione: è stata bocciata una legge, non la preoccupazione dalla quale quella legge nasceva. I giudici non hanno certificato che le piattaforme siano sicure per i minori e nemmeno che un adolescente possieda già gli strumenti necessari per abitarle senza esserne condizionato.
Il punto che continua a sfuggire al dibattito pubblico è che sui social la libertà non viene esercitata in uno spazio neutro. A dodici o quattordici anni il bisogno di appartenenza, lo sguardo dei coetanei e la paura di essere esclusi hanno un peso enorme nella costruzione dell’identità. Ogni esitazione davanti a un contenuto racconta qualcosa e permette alla piattaforma di perfezionare ciò che mostrerà dopo. Si crea così una sproporzione difficile da ignorare: il ragazzo non sa quasi nulla del sistema nel quale si muove, mentre quel sistema impara rapidamente a conoscere ciò che lo incuriosisce, lo ferisce o lo trattiene. L’algoritmo finisce per costruire una parte dell’ambiente emotivo nel quale l’adolescente guarda gli altri e, attraverso gli altri, impara a guardare se stesso. Per questo parliamo di salute e di sviluppo, non soltanto di regole o di buone maniere online.











