Da Lothal a Hormuz, rotte, energia e infrastrutture digitali delineano la nuova frontiera strategica dell’India. Con Sagar e Mahasagar, Nuova Delhi vuole affermarsi come garante dei beni comuni marittimi. L’analisi di Pinak Ranjan Chakravarty, diplomatico indiano in pensione, che ha ricoperto l’incarico di segretario presso il ministero degli Affari esteri dell’India, Alto commissario indiano in Bangladesh e ambasciatore in Thailandia
La geografia peninsulare dell’India le offre un lungo sviluppo costiero, proteso verso il Golfo Persico e l’Asia occidentale a ovest e verso il Sud-est asiatico a est. È stato, indiscutibilmente, uno stimolo a esplorare le vaste acque che circondano la penisola indiana, grazie al facile accesso che esse assicurano al dominio marittimo.
La tradizione marittima dell’India è la più antica al mondo e presenta una continuità senza pari fin dal Neolitico (IX millennio a.C.). Golbai Sasan, sito neolitico sulla costa orientale dell’India, nello Stato dell’Odisha, ha fornito preziose testimonianze archeologiche di attività cantieristiche e di navigazioni in mare.
Durante l’epoca Sindhu-Saraswati (3300-1300 a.C.), l’India aveva sviluppato una matura tradizione di navigazione fondata sul commercio marittimo. L’antico porto di Lothal, nel Gujarat, costruito intorno al 2300 a.C., costituisce uno straordinario esempio di infrastruttura marittima: disponeva di bacini, chiuse di marea e pontili per le navi. Sofisticate reti commerciali e infrastrutturali collegavano l’India alle civiltà coeve della Mesopotamia, dell’Egitto e della Cina.






