| 14 Agosto 2026 09:02 |

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(Adnkronos) – Sono passati dodici mesi dallo storico vertice di Ferragosto nella base aerea di Elmendorf-Richardson di Anchorage, in Alaska, al termine del quale sia Donald Trump che Vladimir Putin si dicevano entusiasti per aver gettato le basi di una tregua senza precedenti. “Un incontro da dieci”, dichiarava un ottimista Trump, secondo cui un successivo ipotetico vertice, con la presenza anche di Volodymyr Zelensky, sarebbe stato “decisivo”, assicurando che tutte le questioni erano state risolte “tranne una”. Più cauto si mostrava il leader del Cremlino, che parlava di un semplice “punto di partenza” verso un accordo, celebrando soprattutto la ripresa dei rapporti “pragmatici” tra Mosca e Washington. Per mesi la diplomazia russa ha continuato a evocare lo “spirito di Anchorage” come il simbolo di una nuovo inizio e il ritorno della Russia sulla scena internazionale, cornice formale necessaria per uscire dal conflitto. Oggi, 365 giorni dopo, di quell’atmosfera restano poche tracce.

Il divario tra le parti e il cambio di atteggiamento di Trump si sono inaspriti con il passare dei mesi, trasformando l’ottimismo iniziale in malcelato scetticismo e in uno scontro diplomatico aperto. Se subito dopo il summit il presidente statunitense garantiva che Putin volesse “porre fine alla guerra tanto quanto lui”, la Casa Bianca ha dovuto presto prendere atto dell’inconciliabilità delle posizioni. La delusione americana si è tradotta nell’imposizione di nuove sanzioni contro Mosca e nel mancato rinnovo del trattato New Start sulla limitazione delle armi nucleari. Dal canto suo, il Cremlino ha iniziato a mettere in dubbio la buona fede di Washington. A giugno, lo stesso ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha espresso apertamente i sospetti di Mosca: “Non voglio nemmeno immaginare che l’Alaska sia stata concepita solo per guadagnare tempo e rafforzare militarmente l’Ucraina”.