di

Federico Rampini

Lo Zar voleva imporre la sua pace. Sottovalutò la volatilità di Trump e la forza ucraina

Nulla è andato come previsto, o come temevamo. Il bilancio è sconcertante, tornando sul luogo del famigerato summit un anno dopo. Ferragosto 2025: Vladimir Putin atterrava qui. A invitarlo nella capitale dell’Alaska era stato Donald Trump. Tappeto rosso, trattamento di riguardo, lo Zar incassò subito un trionfo d’immagine.

Joe Biden lo aveva isolato, sanzionato, perfino insultato («macellaio»), condannato come un paria. Trump lo sdoganava, gli regalava una legittimità preziosa. L’orgoglio nazionale russo era appagato in quel vertice alla pari, tra superpotenze dello stesso rango. E così Putin si è illuso. Come tanti, ha attribuito al presidente americano un disegno, una strategia, una coerenza inesistenti. Anchorage è stata il teatro di una sceneggiata ingannevole.