Per mesi i funzionari russi lo hanno chiamato «lo spirito di Anchorage»: un presunto clima di distensione e di dialogo ritrovato con Washington. Un anno dopo il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, di quell'atmosfera non c'è più traccia. L'Ucraina resta il principale terreno di scontro, ma il raffreddamento tocca l'intero rapporto bilaterale: i negoziati sono fermi su tutti i fronti di cooperazione bilaterale, le aspettative suscitate dal summit si sono dissolte e il linguaggio diplomatico è tornato a irrigidirsi. Il chiodo finale nella bara lo ha conficcato in questi giorni lo stesso capo del Cremlino: «Ad Anchorage non fu raggiunto alcun accordo», ha ammesso.Il 15 agosto 2025 Trump aveva rotto la linea occidentale di isolamento del leader russo, stendendogli il tappeto rosso alla base di Elmendorf-Richardson. Che cosa i due presidenti si fossero detti a porte chiuse è rimasto conteso per mesi e questa ambiguità ha accompagnato tutto l’anno successivo. Mosca ha a lungo sostenuto che ad Anchorage fosse stata delineata una sorta di “compromesso” destinato a costituire la base di una futura pace. Washington ha sempre negato. «Se ci fosse stato un accordo, la guerra sarebbe finita», ha ribadito di recente il segretario di Stato Marco Rubio. Che cosa cercava Mosca in Alaska? Al di là del riconoscimento internazionale dei territori occupati in Ucraina e dell'alleggerimento delle sanzioni occidentali, la Russia voleva che il vertice gettasse le basi per un nuovo, ampio patto di sicurezza con gli Stati Uniti su Europa, Nato (da tenere lontana dai suoi confini), Artico e controllo degli armamenti.Da parte sua Trump era arrivato al summit assicurando all’omologo che la posizione ucraina era destinata a deteriorarsi rapidamente e che un compromesso di Kiev era inevitabile. A partire da queste posizioni, lo sgretolamento progressivo appare inevitabile. Nel corso dell'ultimo anno, infatti, l'evoluzione del conflitto, il mantenimento del sostegno europeo a Kiev e la crescente capacità ucraina di proseguire la guerra hanno modificato la percezione del capo della Casa Bianca. Allo stesso tempo, la Russia ha continuato a subordinare qualsiasi accordo a concessioni territoriali e politiche che Kiev considera una resa.A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il progressivo spostamento dell'attenzione della Casa Bianca verso il Medio Oriente dopo lo scoppio della guerra con l'Iran alla fine di febbraio. Mosca ha condannato l'intervento americano e mantenuto la propria alleanza strategica con Teheran mentre il dossier ucraino perdeva centralità nell'agenda americana. Anche il tono del Cremlino è cambiato. Se nei mesi successivi al summit i dirigenti russi avevano più volte elogiato gli sforzi diplomatici di Trump, da settimane hanno iniziato a mettere apertamente in dubbio le stesse intenzioni americane. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è arrivato a ipotizzare che Trump abbia usato l'incontro in Alaska per prendere tempo e rafforzare militarmente Kiev. Non a caso, l'incontro tra Lavrov e Rubio a Manila, a luglio – il primo da settembre 2025 –, si è concluso dopo appena mezz’ora senza alcun passo avanti, con il capo della diplomazia americana costretto ad ammettere che serviranno «nuove idee e molto lavoro» per riaprire il negoziato.Poco dopo l'Amministrazione Trump ha sostenuto per la prima volta in Congresso nuove sanzioni destinate a colpire i Paesi che acquistano petrolio e gas russi. Intanto l'ultimo accordo bilaterale che limitava gli arsenali nucleari, il New Start, è stato lasciato scadere: un arretramento che, per la prima volta da decenni, lascia i due maggiori arsenali atomici del mondo senza alcun limite. Secondo Fyodor Lukyanov, analista che consiglia il Cremlino, «lo spirito di Anchorage si è dissolto»: la diplomazia in tempo di guerra, ha scritto, «è plasmata dall'esito delle ostilità; se la percezione dei rapporti di forza cambia, le intese raggiunte prima perdono validità».Nonostante il raffreddamento, Putin continua a dichiararsi disponibile a una ripresa dei colloqui sull’Ucraina mediati dagli Stati Uniti e attende una nuova visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner quando la crisi mediorientale lo consentirà. Allo stesso tempo, però, il Cremlino insiste sul fatto che ogni futura iniziativa diplomatica dovrà ripartire dalle intese (tuttora non chiare) discusse in Alaska, mentre gli Stati Uniti chiedono nuove basi negoziali. A un anno di distanza, più che inaugurare una stagione di distensione, il tappeto rosso in Alaska è diventato un simbolo della mancanza di fiducia reciproca su tutti i temi di possibile dialogo, dall’Ucraina all’Iran passando per l’Artico, che da terreno di possibile cooperazione economica con Mosca è diventato per gli Usa un problema di sicurezza nazionale alla luce della crescente collaborazione Russia-Cina. «La posizione di Trump cambierà di nuovo, come è già accaduto molte volte – ha confermato lo stesso Lukyanov – finché la Casa Bianca non si convincerà che una vittoria degli avversari della Russia è impossibile».