"La cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi contenuti": con questo incipit, che suona come una sfida alla fiducia nella ragione, H. P. Lovecraft inaugurava cento anni fa una nuova stagione dell’orrore. Con Il richiamo di Cthulhu, pubblicato sulla rivista Weird Tales nel 1928 ma scritto due anni prima, la paura non nasce più dagli eventi, ma dalla conoscenza stessa, o meglio, da ciò che si intuisce senza riuscire davvero a comprenderlo.

Il racconto segue un’indagine frammentaria: tra appunti, testimonianze e resoconti, emerge il culto di un’entità antichissima, Cthulhu, sepolta negli abissi e capace di influenzare le menti. L’orrore smette così di essere fatto di presenze gotiche e diventa il prodotto di una verità che conduce a una rivelazione tanto più sconvolgente quanto più appare plausibile. Se la tradizione ottocentesca, da Edgar Allan Poe in poi, gioca sull’ambiguità tra reale e immaginario, Lovecraft suggerisce che la realtà stessa sia insostenibile: la paura diventa allora la consapevolezza che l’ordine è solo un’illusione e che l’uomo occupa un posto marginale in un universo che lo ignora.

È un tessuto culturale preciso quello su cui Il richiamo di Cthulhu si innesta: da un lato si riconosce l’eredità di Arthur Machen e Algernon Blackwood, nei quali il soprannaturale è traccia di un reale più vasto e perturbante; dall’altro emerge con forza l’influenza di James George Frazer, autore del Ramo d’oro, che offre a Lovecraft un modello per pensare i culti arcaici, le religioni sommerse, le sopravvivenze rituali che attraversano le epoche. A questo si aggiunge la lezione di Lord Dunsany, da cui Lovecraft apprende il gusto per una mitologia inventata ma dotata di una sorprendente coerenza interna. Tuttavia, se Dunsany rimane ancorato a una dimensione quasi fiabesca, Lovecraft ne svuota progressivamente l’aspetto consolatorio, trasformando il mito in qualcosa di freddo e ostile. Persino un testo poetico come The Kraken di Alfred Tennyson, con la sua creatura abissale addormentata nelle profondità marine, viene letto come una lontana anticipazione dell’immaginario cthulhiano: ma ciò che in Tennyson conserva ancora una dimensione simbolica, in Lovecraft diventa materia di realtà.