Quando c’è stato da inventarsi l’orrore, si è guardato al futuro. Oppure a un passato talmente distante da risultare completamente dissociato dall’esperienza contemporanea. Bram Stoker è andato a frugare tra le rovine millenarie dei Carpazi per uscirne con il suo mostro più famoso, e Mary Shelley ha proiettato la propria fantasia su un momento in cui la scienza potesse far rivivere i morti per costruire la sua creatura. Portavano l’incubo nel loro mondo da epoche remote o inimmaginabili e funzionava, perché non c’era niente di conosciuto in quelle invenzioni, niente di familiare e tutto di straniante. Sono i pilastri che hanno modellato il genere e non hanno nulla di confortevole. Pensando alla letteratura, e poi al cinema, dell’orrore forse è proprio questa la prima sensazione che viene in mente: lo sconforto, la scomodità mentale di trovarsi in un luogo di puro, e incomprensibile, terrore. Poi, nella prima epoca d’oro dell’orrore letterario, fumettistico e cinematografico – quella fondata sugli incubi di John Wyndham, Ray Bradbury, H.G. Welles, J.G. Ballard – la paura ha cominciato ad assumere la forma del progresso: il laboratorio, la bomba atomica, l’intelligenza artificiale, lo spazio. Il giorno dei Trifidi, La guerra dei mondi, Il mondo sommerso, Il popolo dell’autunno. C’è voluto Stephen King, e gli anni’80 e ’90, perché la contemporaneità tornasse allo stesso tempo conosciuta e straniante. L’immaginario di King, assieme a quello di Richard Matheson, Dan Simmons, in parte Philip K. Dick e pochi altri, ha cristallizzato l’orrore a partire dalla sua fondazione, passando per i “mostri sacri” e consegnando a lettori e spettatori un canone per il posizionamento del genere, che vede nell’uso di fantasmi, vampiri, licantropi e creature lovercraftiane senza coscienza né misericordia piazzate nella confortevole modernità la sua chiave per il successo. «Non c’è nulla da inventare, il terrore sta nel contesto», scriveva King nel suo saggio Danse Macabre. E però il trucco sta sempre nello stesso meccanismo: la normalità che viene spazzata via dall’inimmaginabile. Non c’è redenzione e non c’è pace nell’orrore di un trentennio fa. Non c’è spazio per la nostalgia e non ci sono bei tempi andati. Poi, è cambiato qualcosa. In un saggio uscito per Meltemi e intitolato Nostalgia dell’orrore, Marco Malvestio indaga un’abitudine consolidata. Quella dell’horror di fare da veicolo per una radicatissima malinconia per il passato. Di trasformare il terrore in un oggetto di conforto, passando paradossalmente per lo sconforto che ancora genera. La nostalgia, in ambiente culturale, è qualcosa cui siamo abituati ormai da più di un decennio. Ogni nuova invenzione, anche la più fresca, è un ritorno. Tra remake, reboot, revival, serie e film ambientate in epoche non troppo lontane, romanzi che sono rivisitazioni e saggi che fanno da riletture del passato prossimo. L’horror, secondo Malvestio, ben si presta a questa tendenza perché è un genere che, per sua natura, forma le crepe che intaccano la superficie patinata che saremmo altrimenti istintivamente spinti ad applicare alla visione del passato. Come un filtro retró. Esempio virtuoso ne sono serie come Widow’s Bay su Apple Tv, immersa nel contesto di una piccola comunità del New England – che non a caso ricorda da vicino la Little Tall Island de La tempesta del secolo di King –, ma anche molti dei romanzi e delle graphic novel usciti negli ultimi anni, che sono quasi sempre ritorni a luoghi felici, quasi felici o maledetti. Gotico salentino di Marina Pierri (Einaudi), Quello che mi ha detto il diavolo di Alessandra Leva (Effequ), Il diavolo di Smiling Woods di Jacopo Starace (Bao) sono alcuni esempi di ritorni nostrani non solamente a posti conosciuti e amati, ma anche a un immaginario generazionale. Quello di King e di Matheson, rimesso assieme per scaldare il cuore. Ma la memoria è una questione di revisione e l’horror è sempre stato il genere della riemersione. Il passato ritorna per morderci e il vero mostro riemerge dalle acque limacciose del nostro trascorso quando pensavamo di averlo eliminato definitivamente. I fantasmi insistono quando hanno qualcosa in sospeso, le case infestate conservano memorie rimosse, i morti che tornano dalle tombe incarnano l’impossibilità di separarsi dal mondo lasciato indietro. Malvestio fa un passo oltre, e applica questa logica al cinema e alla narrativa horror degli ultimi venticinque anni, osservando come gran parte della produzione contemporanea sia costruita attorno a un rapporto problematico con il passato. Non un semplice omaggio ai modelli precedenti, ma un confronto con ciò che hanno rappresentato. Il risultato è un orrore che parla meno di mostri esterni e molto di più di paure sedimentate nella memoria collettiva di una generazione, tra il folk horror e le case infestate. Il passato, insomma, non è un rifugio, ma un ambiente contaminato. Il terrore oggi è un genere stratificato, che spazia dallo splatter a basso budget all’horror d’autore, dando spazio a tutte le dimensioni identitarie e a tutte le espressioni umane. È un dettaglio importante perché impedisce di leggere la nostalgia come semplice desiderio conservatore. L’horror non rimpiange il passato: lo interroga. Ci mostra che spesso ciò che ricordiamo come un’epoca più semplice era soltanto una in cui alcune paure erano meno visibili. La nostalgia, allora, diventa una forma di indagine archeologica: scavando nel passato troviamo non solo ciò che abbiamo amato, ma anche ciò che avremmo preferito dimenticare. Malvestio collega questa nostalgia dell’orrore a una più ampia crisi dell’immaginazione del futuro. Per molto tempo la cultura occidentale ha pensato il domani come promessa o minaccia. L’ignoto oltre la porta. Oggi, invece, sembra spesso più facile immaginare un ritorno che una trasformazione. Anche l’horror, che torna ciclicamente a incubi noti anziché inventarne di nuovi, riflette questa difficoltà.