Sono andato al cinema a vedere Backrooms. Confesso che ero curioso.

Negli ultimi anni questa leggenda urbana nata su Internet è diventata un fenomeno culturale globale: corridoi infiniti, stanze giallastre illuminate da neon tremolanti, uffici deserti, luoghi apparentemente familiari ma privi di presenza umana. Un horror anomalo, quasi senza mostri. Eppure, uscendo dalla sala, ho avuto la sensazione che la cosa più interessante non fosse il film. Era la domanda che mi girava in testa.

Perché milioni di persone trovano inquietante l’idea di perdersi in un labirinto di spazi anonimi e apparentemente senza significato?

Più ci pensavo, più mi convincevo che le backroom raccontano una paura che l’uomo contemporaneo conosce bene. Una paura che non nasce con Internet e nemmeno con l’intelligenza artificiale. Una paura che il genio tormentato di Franz Kafka ha esplorato: il potere incomprensibile, impersonale e irraggiungibile.

Kafka scriveva, nell’epoca delle grandi amministrazioni, dei fascicoli, delle procedure e delle burocrazie impersonali. L’alienazione de Il processo o l’angoscia de Il castello nascevano dall’impossibilità per l’uomo di comprendere il sistema che governava la vita degli individui.