Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 1998 nel numero 253 di Internazionale.
Essere Stephen King è un destino traumatico: la sua testa è l’incubatrice dei peggiori sogni del mondo. La sua faccia – oggi priva della barba al riparo della quale lo scrittore va in letargo nell’inverno del New England – è implacabile come una lapide. E gli occhi ammiccano stanchi dopo aver assistito a troppi match notturni di lotta contro i demoni. Come l’eroina del suo primo romanzo, Carrie, Stephen King possiede un “talento sovrannaturale”.
Nel caso della ragazzina adolescente erano poteri telecinetici: Carrie era capace di far saltare su dal tavolo un innocuo coltello e infilzarti come uno spiedo. Il suo creatore, invece, ha il dono di scoperchiare e rimescolare serbatoi sotterranei di terrore.
Lo trovo acquattato insieme ai suoi incubi a Bangor, nel Maine, cittadina che gronda umidità e che uno dei personaggi di King definisce “un foruncolo sull’uccello del New England”. Stephen King abita in una dimora in stile vittoriano, con torrette che sembrano fatte apposta per rinchiuderci qualche parente pazzo, dietro a una recinzione di ferro battuto con motivi che imitano tele di ragno e ali di vampiro.






