Howard Phillips Lovecraft, il maestro dell’inquietudine che pastura e tortura il lettore a dosi per nulla omeopatiche di paura fino a travolgerlo con l’orrore che lascia esanimi, era un perdente. Sfornò racconti che pubblicava bulimicamente su periodici immancabilmente pulp, così detti per la cartaccia su cui erano stampati giacché immeritevoli di sopravvivere (oggi però da collezione), ma in vita pubblicò un libro solo, The Shadow Over Innsmouth, e solo cinque mesi prima di morire. Mai lo avrebbe proposto a un editore, giudicandolo scritto male, e invece nel novembre 1936 uscì. Si lamentò dei refusi, fece aggiungere gli «errata», ma pure quelli erano un cimitero. La critica, poi, gli ha sempre sparato ad alzo zero. Da vivo. Da morto invece pure: fece scuola il vate dei critici statunitensi, Edmund Wilson, che dei suoi racconti disse lapidario come una tomba: «L’unico vero orrore presente nella maggior parte di queste storie è l’orrore del cattivo gusto e della scrittura scadente».
Certo, il grande Wilson ci capiva poco, avendo in una sola vita inciso sulla propria penna dal cane sempre armato altre tacche profonde come le stroncature di Arthur Conan Doyle, Agatha Christie e J.R.R. Tolkien, ma questo è un discorso diverso, e Lovecraft resta un perdente. Riteneva che la poesia fosse la sua vena vera, ma nel 1918 uccise i propri versi come una «massa di robaccia mediocre e miserevole». Che senso ha, allora, un distillato ragionato e raffinato di quasi 500 pagine dalle oltre 500 poesie di Lovecraft come Canti dall’Altrove. Poesie e scritti del Maestro di Providence che due esperti quali Pietro Guarriello ed Emilio Patavini curano per i tipi de il Palindromo di Palermo, arricchendolo pure di appendici importanti? Apparentemente non ha alcun senso.







