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Nelle liriche e nell'immenso epistolario tutte le angosce e le inquietudini del "Solitario di Providence"

Come le terrorizzanti creature che affollano il suo mostruoso pantheon, l'opera di H. P. Lovecraft (1890 - 1937) è sfuggente, multiforme e tentacolare. In una parola, weird. Tra i più grandi dilettanti di talento del proprio secolo, autodidatta e Solitario, massacrato dalla critica in vita e autocritico fino alla morte (era raramente soddisfatto delle sue cose), il «Sognatore di Providence» viveva per scrivere: romanzi e centinaia di racconti, articoli per giornali e riviste, saggi di critica letteraria ma anche - produzione considerata secondaria e rimasta sempre marginale - moltissime poesie (oltre cinquecento componimenti, da brevi sonetti a lunghi poemi) e un corpus epistolare che non ha eguali nell'intera storia della letteratura: si vocifera di qualcosa come centomila lettere inviate ad amici e colleghi scrittori nell'arco di una breve esistenza (47 anni), di cui solo un migliaio sono state pubblicate mentre il resto è ancora inedito.