Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Un Burroughs scatenato ma poetico fa i conti con se stesso e gli altri
C'è un sogno che Burroughs fa circa trentacinque anni prima di scrivere La mia educazione. Un libro di sogni. Burroughs si trova a un banco aeroportuale. Dietro c'è una donna dai capelli grigi, il volto cereo di una burocrate intergalattica. Gli dice, con la placida crudeltà dell'ovvio: "Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione". È da questa frase, sospesa nell'aria stantia di un sogno, che nasce questo libro composto nella vecchiaia e pubblicato nel 1995, due anni prima della morte dell'autore. Adelphi lo pubblica ora in traduzione italiana di Andrew Tanzi (pagg. 272, euro 16), a trent'anni esatti dall'originale.
Il titolo è una trappola, e lo è deliberatamente. La mia educazione promette ciò che il romanzo borghese ha sempre promesso: la formazione di un soggetto attraverso l'esperienza. Il Bildungsroman, nella sua forma canonica da Goethe a Mann, racconta come un individuo si consolidi nel tempo, come le ferite lo definiscano, come il passato diventi identità sedimentata. Burroughs iscrive questa promessa nel titolo e la smonta pagina dopo pagina. La sua educazione non forma niente. Non c'è arco narrativo, non c'è progressione, non c'è io che emerge più consapevole dall'altra parte. C'è invece un soggetto che si disperde e "diluisce" nei sogni, si sdoppia nelle visioni, galleggia su strade deserte di città senza nome e levita in stanze d'albergo dove lo specchio non restituisce alcun riflesso.






