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Lo scrittore inglese riflette su morte, memoria e identità. Malato di cancro, ha annunciato che sarà il suo ultimo lavoro

Se ci sedessimo alla stazione ad aspettare il nostro autobus sotto la pensilina, seduti tranquilli su una panchina, non dovremmo cercare la destinazione a caratteri luminosi, e non sarebbe neppure il caso di affrettarci troppo. Questo è un autobus che ci fa salire a bordo e poi, quando parte, il viaggio è tutto lì. Nessuna meta per chi resta, nessun arrivo da figurarci, con valigie da disfare e foto da spedire. Le Partenze di cui scrive Julian Barnes nel suo nuovo libro, che ha annunciato essere l'ultimo, e che esce in occasione dei suoi ottant'anni (in Italia come sempre edito da Einaudi, pagg. 184, euro 18,50) sono, appunto, definitive, e il titolo originale consente un giochino fra singolare e plurale che la nostra lingua non permette: Departure(s), poiché la morte di cui parla Barnes è la propria, che sente avvicinarsi, ed è quella di alcuni dei suoi cari, che appaiono in queste pagine (anche la moglie Pat, alla cui partenza aveva dedicato Livelli di vita nel 2013) ma è anche quel viaggio in autobus che tocca a tutti noi, prima o poi.