Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.

Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.

Il filosofo riflette sulla natura dell'uomo e sulla promessa di eternità digitale

Siamo nel 1999, anno cibernetico per eccellenza. Denso di presagi oscuri al volgere di millennio. Antiche profezie e nuovissimi timori parvero affacciarsi in una società impaurita. Fu in quell'anno che Mark Fisher concluse il suo ciclo di formazione dottorale, sottoponendo la tesi Flatline constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction. L'Università di Warwick, dove Fisher si stava addottorando e dove si era plasmato nel caos tellurico e cyberpunk delle lezioni della CCRU di Nick Land, si stagliava nel panorama accademico inglese come un monolite postmoderno, propenso a trasformare gli slanci di un Ballard, di un Borges e di un Deleuze in chiave di volta per comprendere le infinite intersezioni tra mondo virtuale, linguaggio del potere, architettura e letteratura.

Capita che un autore assurto a un certo grado di seguito, di culto si potrebbe dire ingerendo la pillola amara delle fascette pubblicitarie spacciate per approfondimenti, venga scandagliato nel profondo dell'anima e della penna, e che di lui si pubblichi qualunque cosa porti stampigliato il suo nome-calamita sopra. A Fisher questo destino è capitato in sorte per altri volumi che sono una mera rimasticatura di lingua da blog, frettolosamente assemblati e dati in pasto al pubblico.