Lo conosciamo tutti come Antonio Farina, l’attendente che si innamora della bella Vassilissa in “Mediterraneo” di Salvatores, ma Giuseppe Cederna è molto di più; scrittore e attore romano, figlio dello scrittore e politico Antonio e nipote di Camilla, anche lei scrittrice e giornalista.
Le parole hanno sempre avuto uno spazio enorme nella sua vita. Il 9 agosto ha portato con Pino Cangialosi al Festival dei Tacchi a Ulassai “Non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo”, omaggio a Gianni Rodari.
«Ero un ragazzo invisibile che studiava biologia e che scopre di aver bisogno di mettere insieme la testa e il corpo. Quindi scopre il mimo, la clowneria e, pur venendo da una famiglia di intellettuali borghesi, sente che il suo corpo minuto, dono di sua madre sarda, parla. È stato come scoprire un incendio dentro che poteva contagiare il pubblico».
Nascono gli Anfeclown, era il 1977.
«La prima tournée fu a Cagliari. Siamo arrivati come degli emigranti, passaggio ponte in nave, con una cassa di vimini… non so come facessimo. Sognavamo di mettere in crisi i falsi miti del ‘68 e del ‘77, riportare l’attenzione al mondo, ai poveri: non era solo un'attenzione politica, ma anche umana. Dopo il teatro autarchico, quello dell’Elfo, dove ho avuto la fortuna di lavorare molto su di me. Recitai tra gli altri in “Sogno di Una Notte d’Estate” di Salvatores, “Amadeus” di Shaffer e “Mozart, il sogno di un clown” per la regia di Ruggero Cara ed Elisabeth Boeke».










