«Vi amo di tutto l’amore del mondo, ma questo ve l’ho detto mille volte. Torno subito. Ricordatevi che vi vedo anche quando pensate di no, ho occhi da femmina. Cercate di fare da soli, di essere generosi e, fra di voi, anche un pochino meno sinceri del solito: lasciate correre, aiutatevi, non litigate. Buttate la spazzatura tutti i giorni, se no puzza. Lo so che siete capaci, siete stupendi. Vi prego, con questo caldo: le piante. Mettetevi nei loro panni. Annaffiatele.
Mucho amor».
“La cura” (Einaudi, 2026), di Concita De Gregorio, è un libro-medicina, uno di quei volumi da conservare in libreria e rileggere all’occorrenza. Un mosaico autobiografico composto da racconti, ricordi, riflessioni, che tocca anche – ma non solo – l’esperienza della malattia e del percorso di cura. Fin dalle prime pagine emerge una verità limpida: protagonista del libro non è il dolore, bensì la straordinaria capacità degli esseri umani di prendersi cura degli altri. E per chi invece sceglie la competizione, come le due zie litigiose della protagonista, l’epilogo della storia dimostra quanto imprevedibile possa essere la vita.
In sottofondo scorre il tempo. Quello dei flashback, quello dei figli che crescono, quello degli eventi che ci lambiscono e delle persone che si incrociano ai nostri destini. Quello sfuggente che ci ricorda la nostra impossibilità a contenerlo:







