Curare con la cultura. Andare a teatro, al museo, in pinacoteca, perché no pure a una mostra di provincia, per sentirsi meglio. Eh-ma-mica-me-l’ha-ordinato-il-medico, e invece sì. Con tanto di prescrizione, ricetta, piano terapeutico: «Visitare gli Uffizi di Firenze e la Primavera del Botticelli», codice, urgenza e firma digitale del dottore di famiglia. L’arte e la bellezza (la pittura, la musica, la scultura, ma anche i romanzi e il cinema, il teatro e l’opera) come rimedio: perché fanno bene prima di tutto allo spirito, perché certo non sono una medicina che la prendi e ti passa il mal di testa però quasi (lo dice l’Oms, dopo ci arriviamo), perché di esempi ne abbiamo a bizzeffe e se non lo si fa in questo Paese che ha un patrimonio culturale sterminato, che ha una piccola perla, una gemma nascosta in ogni suo paesino, dove lo si sperimenta?

Il ministero della Cultura (appunto) e quello della Salute (infatti) hanno siglato un protocollo d’intesa che è passato ieri al vaglio della Conferenza Stato-Regioni e che no, non è un primo passo (siamo già a metà del percorso perché di esempi e iniziative, pure bellissime, ne sono già stati attivati parecchi) però sì, è un tassello fondamentale, un punto centrale, la strada spianata verso quella “prescrizione sociale” che altrove (come nel Regno Unito) è realtà da vent’anni e qui «si è concretizzata con proposte e idee spesso molto interessanti ma a macchia di leopardo». È la sottosegretario ai Beni culturali Lucia Borgonzoni (Lega) a chiarire la questione, e la questione è che ci sono decine di motivi per realizzare (finalmente) questo progetto.