Ars gratia artis, l’arte per l’arte. Ma non solo: un sempre più massiccio corpus di evidenze scientifiche attesta che arte e cultura sono risorse che tornano utili anche per il benessere psicofisico delle persone e delle comunità. Un messaggio già consolidato nel mondo anglosassone, dove da diversi anni è ormai diffusa la pratica dell’Art on prescription, che prevede, per l’appunto, la prescrizione medica di arte e cultura come supporto alla terapia farmacologica, e che oggi viene recepito anche dalle istituzioni italiane, con la firma di un Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute per mettere a sistema le esperienze cliniche attive sul territorio italiano per far convergere l’approccio terapeutico e il “welfare culturale”, segnando l’ingresso di museoterapia, musicoterapia e arteterapia all’interno dei luoghi di cura.

Quando l’arte diventa medicina: nasce un progetto che porta bellezza negli ospedali

DI IRMA D'ARIA

L’impatto biologico e neurologico della bellezza

Come anticipavamo, l’idea di “prescrivere” l’arte ha solide e comprovate radici scientifiche. Un rapporto pubblicato nel 2019 dall’Organizzazione mondiale della sanità, basato sull’analisi di oltre 3mila studi, ha documentato l’efficacia della fruizione culturale nella prevenzione di diverse malattie e nella riduzione del ricorso ai farmaci. Dal punto di vista neurobiologico, l’esposizione attiva e passiva alle arte stimola per esempio l’attivazione di specifiche reti cerebrali che favoriscono la neuroplasticità, e induce una marcata riduzione del cortisolo salivare, uno dei marcatori dello stress cronico, anche dopo sessioni isolate di soli 45 minuti. Diversi studi di neuroimaging, inoltre, hanno documentato che l’inclusione di programmi cognitivo-motori legati all’arte e alla danza porta ad aumenti del volume ippocampale e a rallentamenti nel decadimento della memoria.