Dopo la morte del 30enne tunisino scoppia la polemica sul Cpr di Palazzo San Gervasio: atti di autolesionismo e tentativi di suicidio: numeri impressionanti nella struttura
Il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) di Palazzo San Gervasio è di nuovo nell’occhio del ciclone dopo la morte di Lassoueed Dhoui, un tunisino di 30 anni, la seconda in due anni dopo quella (mai chiarita del tutto) di Oussama Darkaoui. Un morto, un ferito e otto arresti. È il bilancio di un lunedì pomeriggio ad alta tensione all’interno del Centro. Una morte, quella del 30enne migrante tunisino, che ha scatenato una rivolta tra gli altri ospiti del centro: danneggiamenti, stanze, materassi, suppellettili dati alle fiamme e lunedì in otto sono stati arrestati. Lassoued, hanno raccontato agli investigatori i gestori del centro, aveva problemi psichiatrici e dunque l’ipotesi più accreditata è quella del suicidio, ma gli investigatori non escludono che possa essere precipitato per cause accidentali dal tetto del campetto di calcio. Se così fosse, il giovane non sarebbe dovuto neanche entrare nella struttura potentina.
Le verifiche comprendono ricostruzioni dei fatti e ascolti di persone presenti nella struttura. Nel quadro degli accertamenti, infatti, sono esaminate dagli investigatori anche le condizioni di salute e le eventuali cure cui il giovane fosse sottoposto. Il ragazzo deceduto era arrivato nella struttura venerdì scorso e viveva accampato con un materasso vicino al campo di calcetto. Proprio nella giornata di lunedì il 30enne tunisino aveva appreso la notizia della convalida della detenzione per altri tre mesi all’interno del Cpr. Il passato e il presente del Cpr di Palazzo San Gervasio è colmo di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica della struttura lucana. Domani è in programma l’autopsia all’ospedale San Carlo di Potenza.










