Un altro ragazzo morto. Un’altra vita spezzata dentro un Centro di permanenza per il rimpatrio. Un’altra morte che, secondo le prime informazioni, potrebbe essere avvenuta per suicidio. E ancora una volta disordini, incendi, proteste.

Se le notizie saranno confermate, quella di Palazzo San Gervasio sarebbe la terza vittima. Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un sistema che mostra il suo fallimento.

Perché quando una persona privata della libertà si toglie la vita in una struttura dello Stato, la domanda non è solo cosa sia accaduto nelle ultime ore, ma come si è potuti arrivare fin qui.

Palazzo San Gervasio non è un caso isolato. Da anni è al centro di denunce, inchieste e procedimenti giudiziari. Nel processo penale riguardante la gestione del Cpr tra il 2018 e il 2022 sono state contestate, a vario titolo, ipotesi di maltrattamenti, frodi, corruzione e altri reati. Nel maggio 2025 diciotto persone sono state rinviate a giudizio, tra cui appartenenti alle forze dell’ordine, medici e responsabili della gestione. Tra le accuse anche presunti abusi e somministrazioni immotivate di psicofarmaci.

Certo, per ora si tratta solo di accuse, e sarà la magistratura a stabilire se vi sono delle responsabilità penali. Ma proprio per questo è ancora più grave il ritardo della politica nell’affrontare il problema, anche perché nel frattempo è intervenuta una decisione importante della Corte costituzionale.