Una parte consistente di ciò che consideriamo “cucina italiana” – o meglio, le molte cucine italiane – rientra nella categoria degli alimenti ultraprocessati. La tradizione, da sola, non è un lasciapassare per la salute. È vero che la dieta mediterranea, secondo una vasta letteratura scientifica, si associa a migliori esiti cardiovascolari e metabolici rispetto ad altri modelli alimentari grazie a un maggiore apporto di verdura, fibre e olio extravergine d’oliva. Ma questo non significa che tutto ciò che è consuetudinario o culturalmente radicato sia automaticamente salutare perché anche molti alimenti che prepariamo della “cucina italiana” contengono molti grassi insani e zuccheri.

In questi anni la ricerca ha iniziato a fare i conti in modo più sistematico con questo nodo. A novembre 2025 The Lancet ha lanciato una Commissione dedicata agli ultra-processed foods (UPF), con un titolo che non lasciava spazio a equivoci: mettere la salute davanti al profitto. La serie di articoli ha sostenuto che l’espansione globale degli UPF sta contribuendo all’aumento delle malattie croniche, aggravando le disuguaglianze sanitarie e mettendo sotto pressione i sistemi sanitari. La risposta, secondo gli autori, non può essere frammentata: serve un’azione coordinata capace di intervenire anche sul potere economico e politico delle grandi corporation alimentari.