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Quando nulla si sapeva su chi avesse messo la bomba a Ranucci, i poveretti malauguratamente sprovvisti dell’onniscienza concessa a segretarie dem, pentastellati variegati, editorialisti presentabili, commentatori savi e saviani, antifascisti di professione o di complemento e specialisti del mandante morale universale a chilometro zero aspettavano magari un’indagine, una pista, una prova, perfino quella roba antiquata un tempo chiamata fatti. Ingenui.
La colpa, secondo i palchi benedetti e le sacre scritture, era della destra, possibilmente estrema. Caso chiuso, con la serenità scientifica di chi possiede la sentenza prima del verbale. Il colpevole non aveva ancora un nome ma possedeva già un elettorato. Ma ecco la disgrazia per la narrazione preconfezionata: emerge un presunto mandante che, secondo l’accusa, non soltanto non conferma la favola nera, ma la rovescia con una certa maleducazione.
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