La commissione per il Codice etico della Rai, bontà sua, s’è presa qualche ora in più per rendere noto il proprio parere su Sigfrido Ranucci, se abbia rispettato o meno “gli obblighi di lealtà, correttezza, imparzialità e trasparenza”. Parere che non è una sentenza, anche se non sfugge a nessuno che avrà un peso decisivo sul futuro di Ranucci alla guida di “Report” e sul destino della trasmissione stessa. Ma al di là dei pareri etici che non vanno mai trasformati in sentenze, esiste un dato di fatto oggettivo, e che Ranucci in un certo modo ha contribuito ad autoprodurre, quasi una partenogenesi: “Comunque finisca la vicenda, c’è un aspetto che viene prima e conta di più della stessa conduzione di un programma. Ranucci ha perso il suo bene maggiore, il bene più prezioso per uno come lui: ha perso la credibilità”. E’ il parere, o la sentenza critica, di Aldo Grasso, storico della televisione e commentatore per il Corriere della Sera che nei confronti del “modello Ranucci” non è mai stato tenero in passato, ma che sempre lo ha fatto in modo pacato, da osservatore attento. “Per il suo ruolo, e per il tipo di giornalismo che lui rappresenta – tribunizio, oracolare – la credibilità è davvero tutto. Ora non importa la risultanza dell’inchiesta su Lavitola, ma anche solo il fatto che il pubblico possa ritenere che si sia fatto plagiare, che non sia stato trasparente, è il peggior danno che si è in larga parte autoprocurato”.Sopravviverà “Report” a tutto questo, con o senza il suo conduttore? E quale sarà la ricaduta televisiva del cambiamento che sembra inevitabile? “Non conta tanto il suo ruolo personale in questa vicenda. Io da anni dico apertamente che è il ‘metodo Report’ a non andare bene. E’ una anomalia giornalistica, una degenerazione di quello che è sempre stato il giornalismo d’inchiesta, fuori e dentro la televisione pubblica. Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica. Soprattutto perché poi poggia su un metodo fatto di audio carpiti, di pedinamenti in video, di sottopancia che strillano ‘esclusivo’. Non è questo che certifica il giornalismo d’inchiesta. E’ invece una esibizione volgare di mezzi non sempre trasparenti che ora sta crollando. Quando rubi una telefonata di Sangiuliano con la moglie fai una mascalzonata. E basta. Questo è il metodo Ranucci, o per meglio dire l’evoluzione di ‘Report’ da lui prodotta. Ma ora ha perso il suo maggior bene, la credibilità. Perché la trasmissione, al di là della qualità spesso ottima dei suoi collaboratori, era soprattutto lui, la sua postura, il suo modo di presentarsi al pubblico, camicia e assertività comprese”. Oltre al format, c’è un aspetto di personalismo che ha rovinato il programma, Lavitola a parte? “La verità è che la televisione dà alla testa. Ti fa perdere la cognizione di te, del contorno. Diventi un altro, lo si è visto spesso. La prova del nove della pochezza sotto questo profilo di Ranucci per me è stata la lettura del suo libro. Al di là dei contenuti, è scritto malissimo, frasi fatte, psicologismi da telenovela, un ego non governato. Ripeto, il problema di Ranucci oggi non è Lavitola, questo è marginale, è che ha perso la sua credibilità”. Si potrebbe dire che è un’altra vittima del teorema Ferragni. “In molti aspetti sì”. Invece per quanto riguarda il futuro di “Report”? Potrà sopravvivere, o trasformarsi, con un’altra conduzione o formula? “E’ poco probabile. La tv vuole sempre la personalizzazione, al di là degli stilemi e della regia. Quello che conta è chi c’è a condurre in video, chi mette in scena. Nella tv il ‘marchio’ è fondamentale, la riconoscibilità e la garanzia”. Non basta il credito della trasmissione, che alle spalle ha l’esperienza di Milena Gabanelli? “Sono due storie televisive e di informazione diverse. Ranucci si è costruito nel solco della trasmissione di Gabanelli, ma l’ha profondamente trasformata, per così dire l’ha fatta esplodere, ha alzato la temperatura, ne ha fatto fuochi d’artificio. Da un format così non è possibile tornare indietro. Se la normalizzi, se la raffreddi, la spegni. Sostituire la conduzione, anche venisse dalla redazione, non cambierebbe l’esito”. Che è poi quello che secondo molti la Rai intende fare davvero… “Che cosa intenda fare il servizio pubblico televisivo, e non solo nel campo dell’informazione, è davvero incomprensibile e non da oggi”. Poi c’è la politica. “Quella ha altre chiavi di lettura, spesso evidenti. Ma va detto che è stato Ranucci stesso a fare un regalo a chi voleva spegnerlo”. Si parla in questi giorni di una possibile nuova formula senza conduttore, come nella mitica “TV7” della Rai anni Sessanta, che aveva servizi firmati da Bisiach, Augias, gente di quel calibro. “Ci hanno provato tante volte a rifare TV7, ma non sono mai riusciti. E’ cambiata anche la televisione. Mandi un approfondimento senza ‘paratesto’ intorno, studio, commento, in prima serata? Ti dicono no. Lo mandi in terza serata? Non lo guarda nessuno. ‘Report’ funziona, o funzionava, come è fatto, come trasmissione ‘di Ranucci’. Un’altra formula sarebbe un altro programma”.La Rai che cosa si perderebbe – oppure che cosa guadagnerebbe, si può arguire senza nemmeno bisogno di particolare malignità politica – dalla fine del modello “Report”? Non c’è anche in questo il caso la possibilità di un trasloco alle reti private, a La7? “Al di là delle contingenze e valutazioni politiche, direi di no. Per un motivo strutturale. ‘Report’ è un programma pesante, necessita di una grande redazione, una cinquantina di persone, di tempi di produzione lunghi e di un solido ufficio legale interno a seguirne ogni inchiesta. Per una rete privata un costo impossibile. Ciò che invece bisogna purtroppo dire è che una trasmissione come ‘Report’, se non fosse diventata ciò che abbiamo detto, sarebbe stata davvero il classico programma informativo di servizio pubblico. Come appunto è stato il giornalismo d’inchiesta degli Zavoli, degli Zatterin, di Biagi. Ciò che la Rai di oggi non è in grado di produrre, ammesso che lo voglia fare”. Ma nel caso di “Report” non è nemmeno tutta colpa della Rai, forse. “Lo posso dire ora perché lo avevo scritto da tempo: la vera rovina di Ranucci non è Lavitola, è stata quando ha accettato di essere portato dai Cinque stelle, di farsi nominare vicedirettore, cioè costituendo per sé un potere interno, nella redazione e nell’azienda, quasi intoccabile. Dalla manleva alla tutela legale alla libertà di decidere praticamente senza contraddittorio”. Praticamente ha trasformato Report in una exclave della Rai, come Ceuta. “Esatto. In televisione, l’informazione d’inchiesta ha sempre bisogno di un nome e di un cognome, di un volto. Ma quando quel nome e cognome perde il suo unico bene, la credibilità, inevitabilmente trascina con sé tutta la formula”.
Ranucci ha perso il bene più prezioso: la credibilità. Parla Aldo Grasso
Il vero guaio non è Lavitola. "La tv vuole sempre la personalizzazione, al di là degli stilemi e della regia. Quello che conta è chi c’è a condurre in video, chi mette in scena", dice il giornalista. Le conseguenze sono pesanti: è tutto il “metodo Report”, lontano dal vero giornalismo d’inchiesta, a crollare













