La scorsa settimana inizia a circolare la notizia di un ragazzo di quindici anni, italiano, detenuto nelle carceri di Malta dallo scorso maggio. L’appello del padre alla stampa raccontva un quadro estremo: una detenzione da carcere duro applicata ad un quindicenne («Per quattro giorni è stato in isolamento nella divisione 6 del carcere di Corradino per adulti, dove per il forte stress si è autolesionato. Poi ha trascorso trentacinque giorni chiuso per 22 ore su 24, costretto a mangiare in piedi e per tre giorni a nutrirsi con le mani perché nessuno si è preoccupato di fornirgli delle posate», si legge nella denuncia riportata da Ansa); ma il dibattito sul provvedimento lascia quasi subito spazio ai motivi per i quali il ragazzo italiano si è ritrovato in questa situazione surreale: nove capi di imputazione, tra cui procurato allarme e associazione con finalità di terrorismo.
L’italiano è uno dei tanti ragazzi radicalizzatisi online; la presunta associazione terroristica al centro delle indagini lo avrebbe reclutato su Roblox, piattaforma di giochi online già finita al centro di inchieste sul tema e, per la prima volta, citata dai media nostrani come nuovo spazio della radicalizzazione violenta. Al di là dell’episodio in sé, il caso di Malta si è inserito in una scia recente che ha riportato l’attenzione dei media sulla questione. Pochi giorni dopo l’appello pubblicato su Ansa, sui giornali italiani compaiono altre storie simili: un sedicenne arrestato per aver diffuso online materiale propagandistico dell’Isis (e contenuti di stampo neonazista) e altri minorenni fermati per un allarme bomba a Milano. Ancora più degno di nota è quanto accaduto nei giorni immediatamente precedenti ai fatti di Malta: un’operazione congiunta guidata dalla Guardia Civil, dall’Ertzaintza e dai Mossos d’Esquadra ha portato all’arresto di un diciassettenne a Guipúzcoa; l’accusa nei suoi confronti è quella di essere il capo della cellula spagnola del network 764.







