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«Me lo hanno ammazzato». Annamaria Zaffino, inghiotte lacrime e dolore, davanti alle telecamere del Tg1 Rai. È il dolore di una mamma che ha visto morire suo figlio dopo un pestaggio. Lo Stato ha risposto subito alla richiesta di verità e giustizia della donna individuando e sottoponendo a fermo i due presunti picchiatori accusati d’aver cagionato la morte di Antonio Perrotta, il 33enne di Fuscaldo deceduto in rianimazione nell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, lunedì mattina.

Il cerchio investigativo si è chiuso ieri mattina, a Belvedere Marittimo. Gli investigatori dei carabinieri e della polizia, hanno congiuntamente eseguito il decreto di fermo vergato dal capo dei pm di Paola, Domenico Fiordalisi, nei confronti di due fratelli che vivono in Lussemburgo, dove si occupano di ristorazione, ma con radici proprio a Belvedere. Si tratta di Domenico e Umberto Orsino, rispettivamente di 22 e 24 anni. Domenico, tra l’altro è anche titolare nella nazionale di rugby del Lussemburgo.

I fratelli, che sono difesi dall’avvocato Alessandro Gaeta del foro di Paola, hanno fatto scena muta ieri mattina davanti al procuratore Fiordalisi. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.Antonio Perrotta secondo quanto appreso stava svolgendo il servizio di buttafuori, ma non è chiaro se semplicemente stesse dando una mano ai colleghi, perché come riferisce la gestione del locale non figura nel personale de “Il Castello”. Secondo la ricostruzione degli inquirenti – avvalorata dalle telecamere – all’interno del locale vi era stato un diverbio che aveva visto coinvolti due soggetti e Perrotta. Per tale motivo il personale addetto alla sicurezza aveva provveduto ad allontanare le due persone oltre le transenne. Analogamente, intorno alle 4, sarebbe uscito anche Perrotta. Perrotta è stato colpito al volto rovinando a terra dopo aver sbattuto violentemente il capo. Soccorso dalla sicurezza veniva quindi portato da un conoscente in ospedale a Cetraro. Dalla perquisizione effettuata in casa degli Orsino ieri mattina sarebbe anche emersa una camicia – sebbene lavata – sequestrata che presentava una macchia di sangue. E anche o vestiti indossati la sera dell’aggressione venivano rinvenuti nell’appartamento.