Quel popolo di ‘gucciniani’ che si è spontaneamente ritrovato nelle piazze d’Italia nonostante l’insopportabile canicola racconta forse qualcosa di più che l’affetto per il ‘Maestrone’ di tante canzoni d’autore. Testimonia della resistenza di quei valori forti e riconoscibili che non solo non dovrebbero essere archiviati, ma potrebbero costituire la base del ‘campo largo progressista’. Invece, allo stato attuale delle beghe tra le varie formazioni più o meno leaderistiche, al massimo si finirà di recitare il vecchio mantra ‘dobbiamo sconfiggere Giorgia Meloni’.

Se questo è il percorso che dovrebbe portare all’elaborazione di un programma e alla scelta di un leader nazionale, e pure di alcuni candidati sindaci di primissimo piano, con o senza fantomatiche primarie, è come se si udisse già in lontananza l’urlo di sempre che dice pian piano:/non siamo, non siamo, non siamo (sono le strofe finali del capolavoro intimista del Guccini 1990, Quello che non).

Si dice già che tanti elettori Cinquestelle non voterebbero un Premier terzo scelto insieme con i fantomatici riformisti, nemmeno l’ex campionessa Silvia Salis; viceversa molti di area Pd non digeriscono ancora l’asse con gli ex grillini. ’Non siamo’ men che meno la prima persona plurale: non siamo perché è molto difficile pensare che il popolo riunito a cantare per l’ennesima volta La locomotiva possa mobilitarsi, a Milano, per confermare il modello della metropoli-‘treno pieno di signori’ di Beppe Sala, men che meno per Mario Calabresi: in piazza dei Mercanti, tra i gucciniani commossi, c’era persino chi minacciava già di presentarsi in giro con la t-shirt ‘Io voto Pinelli’.