Era impegnato, certo, ma quasi controvoglia. E la sua poetica era distante dal progressismo: lasciate dunque perdere la retorica compagnadi Giovanni Sallustivenerdì 7 agosto 20263' di letturaLasciate perdere la retorica compagna, i ritratti preconfezionati inevitabilmente scaduti in bozzetti militanti che già ieri inondavano il Media Unico, la Festa dell’Unità permanente in cui vogliono ingabbiare il ricordo di Francesco Guccini, in primis coloro che la Festa l’hanno chiusa per trasferirsi all’happy hour della Ztl. Gettate via tutto, e inoltratevi nell’Appennino Tosco-Emiliano, proprio là alla congiunzione tra due regioni, e svariate mitologie, nella Pavana a cui il Maestrone era ritornato, dichiarandosi l’opposto, «eterno studente», perché «la materia di studio sarebbe infinita». E allora tanto vale risalire lì, dove l’infinito è quotidianità non antropizzata, Lambrusco, bestemmia dialettale perché così ci scappa la primiera, la valle come coscienza collettiva e il crinale come specchio dell’Io, ancora Lambrusco.
Va preso in parola, questo aedo appenninico che nella canzone non casualmente intitolata Addio si presenta così: «Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato/ cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna/ che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia/ io, tirato su a castagne ed ad erba spagna». Non riducetelo, almeno oggi, al suo santino, al gigione engagé, al cantautore organico per definizione, la colonna sonora della Ditta rossa (e di tutti i suoi abbagli). Un po’ se l’è cercata, certo, ha capito che la caricatura guevarista era una fetta formidabile di mercato, se volete è paradossalmente stato (anche) bardo comunista per scelta di puro liberismo.EPIDERMIDE












