Prima che si dimettesse dal suo incarico, Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza iraniana, aveva delineato le condizioni per la riapertura dello Stretto di Hormuz: la fine definitiva della guerra da parte degli Stati Uniti, la revoca del blocco navale e di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze armate, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento dei costi di guerra, la fine delle minacce e delle azioni militari contro le milizie alleate dell’Iran nella regione. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, continuava ad annunciare che un accordo con l’Oman sullo Stretto fosse alle sue “fasi finali”, anche i funzionari americani erano ormai convinti che i negoziati per la riapertura di Hormuz fossero vicini alla chiusura, poi la linea dura di Teheran ha prevalso con il prezzo più alto richiesto dall’inizio della guerra. Le dimissioni di Zolghadr, funzionario oltranzista molto vicino alla Guida suprema Mojtaba Khamenei, non sembrano rappresentare un passo indietro, anzi. Domenica è stato sostituito da un altro fedelissimo che aveva ricoperto il ruolo di consigliere della Guida suprema, Mohsen Rezaei. Yeganeh Torbati scrive sul New York Times che la nomina di Rezaei, che ha guidato il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica durante la guerra tra Iran e Iraq, “potrebbe rappresentare un ulteriore consolidamento del potere da parte della vecchia guardia dell’establishment della sicurezza del paese”, e un tentativo di Khamenei di controbilanciare il peso del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che assieme ad Araghchi gestisce i negoziati con gli Stati Uniti e ha appoggiato il piano di dividere il traffico attraverso Hormuz in una corsia in entrata vicino all’Iran e una in uscita vicino all’Oman.Secondo gli analisti la fazione più “intransigente” all’interno della Repubblica islamica starebbe prendendo il sopravvento nei colloqui per la riapertura dello Stretto, e secondo i mediatori arabi che hanno partecipato ai negoziati, anche se dovesse essere raggiunta un’intesa, l’ostacolo più grande sarebbe rappresentato proprio dagli oltranzisti che tengono sotto scacco l’ala considerata “moderata” – che di “moderato” in realtà ha ben poco, ma spinge per una cessazione apparente delle ostilità – attaccata anche dai media iraniani. La scorsa settimana Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano ultraconservatore Kayhan, ha scritto che un accordo per ripristinare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz equivarrebbe ad “aprire una via di fuga al nemico” e un parlamentare iraniano ha dichiarato di voler avviare una procedura di impeachment contro Araghchi, che avrebbe dovuto sottoporre qualsiasi accordo al voto parlamentare.Tra i motivi delle divisioni interne ci sarebbe anche l’assenza di Khamenei dalla scena pubblica, con cui i diplomatici iraniani hanno difficoltà a parlare: lo stesso Pezeshkian ha dichiarato all’emittente statale iraniana Irib che comunicare con la Guida suprema è “molto difficile”, così a dettare l’agenda e il ritmo sarebbero rimasti i pasdaran. “La loro minaccia di escalation è pensata per ottenere concessioni e umiliare Donald Trump, ma la loro arroganza rischia anche di riaccendere il conflitto”, ha detto al Wall Street Journal Behnam Ben Taleblu, direttore senior del programma iraniano alla Foundation for Defense of Democracies.Nel fine settimana Pezeshkian aveva annunciato che fosse il momento migliore per raggiungere un accordo: “Non possiamo combattere per sempre. Prima o poi bisogna porre fine a questa lotta”, aveva detto, parlando di “coesione, forza e unità” in Iran, ma riferendosi implicitamente agli aiuti economici sempre più necessari per il paese in crisi. Anche Kazem Gharibabadi, il viceministro degli Esteri iraniano ha detto ai media che l’economia iraniana ha un disperato bisogno dell’allentamento delle sanzioni che potrebbe derivare da un accordo diplomatico. Ieri Trump ha risposto con un post su Truth alle richieste iraniane “per i danni subiti durante gli ultimi cinque mesi di conflitto militare (iniziato perché NON AVRANNO UN’ARMA NUCLEARE), anche se la questione non è mai stata menzionata in nessuno dei nostri negoziati o incontri! Ora anch’io chiedo un risarcimento all’Iran per tutte le persone che hanno ucciso e gravemente ferito. (...) Ho dato istruzioni ai miei rappresentanti di inserire questo punto in modo categorico in tutte le future negoziazioni”.