Alza la posta in gioco l’Iran, fermo nelle sue rivendicazioni oltranziste sullo stretto di Hormuz, prima di alleggerire il blocco su una via d’acqua strategicamente cruciale, metronoma di un quarto circa dei traffici globali di idrocarburi. Pretende di riportare indietro la storia e di riesumare il memorandum transitorio di Islamabad, negoziato a giugno con gli Stati Uniti, foriero di un futuro iraniano a Hormuz in cambio di un azzeramento dei programmi per l’atomo bellico e delle scorte di uranio arricchito.La doccia gelata è arrivata l’8 agosto scorso, quando il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, è stato pronto a ribadire che, ad onta dei progressi negoziali irano-omaniti per una rotta fruibile ai mercantili, la «riapertura dello Stretto è subordinata» a condizioni invero irricevibili per gli Stati Uniti. Condizioni precisate dall’iraniano Consiglio supremo per la sicurezza nazionale: sei vincoli capestro, a partire dalla fine del blocco navale e delle sanzioni statunitensi, passando per il ritiro delle forze militari americane dalla regione e lo scongelamento dei fondi e dei beni iraniani sequestrati all’estero, finendo con le riparazioni dei danni bellici causati dai bombardamenti americani e con lo stop dei raid contro i suoi vassalli regionali.Riflette la posizione massimalista dei pasdaran il Consiglio, e la dice lunga sul potere di ricatto di cui gode Teheran nella sua strategia di sea denial asimmetrico: l’interdizione manu militari della navigazione in questa via d’acqua. Teheran ha istituito un Ente nazionale che si vorrebbe garante amministrativo della sicurezza dello Stretto, vorrebbe incassare dividendi dalla navigazione commerciale nelle sue acque territoriali e starebbe mettendo mano a una normativa che escluderebbe dai diritti di transito le navi israeliane, statunitensi e dei paesi ostili alle sue rivendicazioni.Nello stile diplomatico transazionale a lui familiare, il presidente statunitense, Donald Trump, ha fatto intendere lunedì che è la sua amministrazione a esigere molteplici riparazioni economiche dall’Iran, per le distruzioni belliche subite, panregionali, per le conseguenze del blocco dello Stretto e per le vittime delle repressioni interne iraniane. Da tempo immemore, stretti come quello di Hormuz, sono tutelati dal diritto internazionale e dalle leggi sulla navigazione, che eleggono strettoie e punti di transito, più o meno angusti e obbligati, a passaggi liberi, aperti alle navi di tutti i Paesi. La convenzione di Montego Bay sul diritto del mare ha ampliato le guarentigie, assicurando alla comunità delle nazioni navigazione marittima e aerea, senza ostacoli, lungo stretti internazionali. Membri del parlamento e della nomenklatura iraniana hanno ripetutamente affermato che lo status quo, ante guerra, intorno a Hormuz non tornerà più. Teheran rivendica sfere di sovranità sullo stretto, consapevole della sua valenza decisiva come moltiplicatore di potenza militare, negoziale e di proiezione oltreconfine. Cerca una sorta di immunità da nuovi avventurismi bellici israelo-americani, equiparando le chiavi di Hormuz a un deterrente sempre valido.A corto, nell’immediato, di opzioni militari credibili, il presidente Trump sembra ascoltare in questa fase le istanze del suo dipartimento del Tesoro, propenso a condizionare l’Iran con un embargo ancora più asfissiante, altrettanto dannoso di bombe e missili, sebbene pagato soprattutto dalla popolazione civile, oggi come ieri, nei vari casi di sanzioni economiche.
Richieste di danni, diritti di transito, minacce di embargo: lo scontro su Hormuz non è finito
L'Iran ha subordinato la riapertura dello Stretto a condizioni capestro per gli Usa, come la fine del blocco navale e le riparazioni di quanto è stato distrutto dai bombardamenti. Washington ha risposto con la stessa moneta, dicendosi pronto a bloccare tutti i traffici con Teheran. Così il commercio via nave nella zona resta paralizzato














