Il blocco dello Stretto di Hormuz diventa sempre più fondamentale per l'Iran. A questo punto Trump è pronto ad accettare la sola riapertura del passaggio navale per dichiarare vittoria e abbandonare il conflitto, ma i falchi a Teheran hanno capito il vantaggio che detengono: insistono su tutte le concessioni contenute nel Memorandum di giugno. Non solo la fine del blocco dei porti iraniani, ma anche lo stop alle sanzioni, il rilascio dei fondi all'estero, la fine delle azioni contro le milizie alleate e perfino le riparazioni per la distruzione di questi mesi.
Dunque, con un'azione che inizialmente la Casa Bianca considerava poco probabile, contando sulla rapida caduta del regime promessa da Benjamin Netanyahu, i leader di Teheran sono riusciti a stringere Washington e la regione in una morsa che apre possibilità di cambiamento inaudite prima del conflitto.La strategia viene dai Guardiani della Rivoluzione, la fazione più aggressiva all'interno del Paese, che ora rappresenta la voce ultima sulle decisioni nelle istituzioni di Teheran. È stato il comandante Ahmad Vahidi a legare il controllo dello Stretto e la sicurezza di Hezbollah in Libano agli altri temi sul tavolo con Washington. E non intende mollare. Dopo lo sgretolamento dell'intesa di giugno, non permetterà a Trump di estricarsi con un accordo che si limiti alla riapertura dello Stretto, seppur con il controllo previsto nelle discussioni in corso tra Iran e Oman. Insiste sull'intero menu delle concessioni da parte di Washington, cercando un cappotto difficile da immaginare solo pochi mesi fa.L'assetto Le conseguenze di questo pastrocchio, però, sono ancora più ampie di queste richieste da parte di Teheran. Sta cambiando l'assetto strategico dell'intera regione, soprattutto rispetto al ruolo statunitense, su almeno due livelli. Il primo riguarda l'esposizione delle truppe americane grazie alla presenza di numerose basi intorno al Golfo. Ciò che sembrava una proiezione di potenza dominante si rivela una debolezza: gli iraniani sono riusciti a colpire numerosi presidi americani nella zona, causando ingenti danni fisici, oltre a 18 morti e centinaia di feriti. A Washington si rafforza chi vuole tornare all'idea originale di America First: abbandonare la postura di potenza occupante, con tutti i rischi politici e strategici che comporta.Il secondo effetto riguarda la sicurezza dei Paesi alleati nella regione. L'ombrello americano si è rivelato meno affidabile di quanto promesso. Missili e droni iraniani hanno colpito Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Bahrein, Arabia Saudita… Gli intercettori sono efficaci, ma mai in modo totale. E le scorte sono limitate, provocando tensioni su più fronti, tra le necessità del Medio Oriente e dell'Ucraina, oltre all'obiettivo di essere preparati per un futuro conflitto in Asia.Il patto Nel frattempo, gli attori più pesanti del Medio Oriente allargato hanno già reagito alla nuova realtà. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan - quest'ultima potenza nucleare - hanno firmato un nuovo patto di difesa collettiva. Negano di voler creare un nuovo asse militare, ma è evidente il cambiamento della mappa strategica della regione, di fronte al colpo inferto all'immagine americana dalla guerra di Trump e Netanyahu.













