"Sei mai stato nel corridoio dei presidenti a palazzo Chigi?".
"Ancora no".
"Allora aspetta un annetto, anche se le foto dei presidenti le mettono a fine mandato".
Scherzavano Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, parlando dei corridoi della presidenza del Consiglio. Eppure per Lavitola - ex giornalista, arrestato oggi con l'accusa di essere stato il mandante dell'attentato nei confronti del conduttore di Report - il progetto era serissimo. O almeno, è quello che pensano gli inquirenti. Nelle quasi 200 pagine dell'ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto la custodia cautelare in carcere per Valter Lavitola emerge con più chiarezza la pista che stanno seguendo gli inquirenti. Quella di un attentato fatto "a fin di bene", con l'obiettivo di scalare il campo largo, sfruttando un'ondata di popolarità di Ranucci. Candidarlo alle primarie, poi alle Politiche e poi, chissà, farne il presidente del Consiglio.
Un giudice, se si arriverà a processo, dirà se tutto questo è vero o no. Se Lavitola, a cui viene contestato anche il metodo mafioso, è davvero il mandante delle bombe davanti a casa del giornalista. Per ora agli atti resta che a questa ipotetica scalata di Ranucci verso Palazzo Chigi Lavitola ci credeva davvero. Si era impegnato a commissionare sondaggi, faceva sogni di gloria: "Tra 2 anni fai il presidente", diceva all'amico, da novello Richelieu, pronto a plasmare il leader del campo largo e del Paese. Ranucci era a conoscenza delle ambizioni dell'amico, come dimostrano alcuni messaggi tra il serio e il faceto, ma non aveva lo stesso entusiasmo, soprattutto secondo il gip era all'oscuro del disegno criminoso.










