Ma cos’è questa crisi? Cantava così Petrolini (in un brano scritto da Rodolfo de Angelis) quasi un secolo fa. E viene in mente questa canzone guardando i dati sulla crescita del Pil dei Paesi dell’Ue nel secondo trimestre di quest’anno, il trimestre in cui dovevano vedersi in pieno gli effetti della crisi di Hormuz.L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran è stato sferrato il 28 febbraio e quindi già nell’ultimo mese del primo trimestre si doveva vedere qualche effetto, ma, si sa, ci vuole un po’ di tempo perché le crisi geopolitiche e l’incertezza che ne deriva facciano il proprio corso. Ma tra aprile e giugno ci si poteva aspettare un evidente effetto. Le principali organizzazioni economiche internazionali (Fondo Monetario, Ocse, World bank) e vari commentatori (Paul Krugman, Martin Wolf) avevano previsto una recessione mondiale nel caso Hormuz fosse rimasto chiuso per un periodo prolungato. Il governo italiano aveva abbassato ad aprile le previsioni di crescita del nostro Pil e, soprattutto, aveva richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia per “eventi eccezionali” per fronteggiare la gravissima crisi, ottenendo dall’Ue una flessibilità di spesa di 14 miliardi da usare per sostenere l’economia di fronte al rischio di recessione nel 2027.Ora Eurostat ci dice che non si vedono effetti ovvi sulla crescita nel secondo trimestre. Il Pil dell’Ue è cresciuto nel trimestre dello 0,5%, ossia a un tasso annualizzato del 2%, ottimo per l’Europa. I motivi di questa mancata crisi sono due. Il primo è che il greggio, per quanto importante, non lo è tanto quanto lo era cinquant’anni fa nell’economia mondiale come fonte di energia. Il secondo è che, comunque, il suo prezzo non ha mai raggiunto livelli che erano stati toccati in occasione di precedenti crisi (come nel 2011-12 o durante lo shock petrolifero di fine anni ’70), soprattutto al netto dell’inflazione. A sua volta questo è dovuto al convincimento, da parte dei mercati, che Trump non si sarebbe potuto permettere di continuare i bombardamenti fino alla vittoria visto gli effetti che il conflitto stava avendo sul prezzo della benzina negli Stati Uniti. Inoltre, canali alternativi alla fornitura di petrolio sono emersi (inclusa la rotta del Mar Rosso, ora traballante, ma ancora in parte operativa). Infine, l’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi ai consumatori finali li portava a risparmiarne l’uso: il traffico automobilistico si è infatti ridotto (per fortuna, non tutti i Paesi si sono messi a tagliare le accise, come ha fatto l’Italia, per evitare che i prezzi alla pompa crescessero troppo).Naturalmente, la situazione resta incerta ed è probabile che periodi di ripresa dei bombardamenti si alternino a periodo di apparente accordo. Ma più passa il tempo e più il mondo ha la possibilità di adattarsi.Cosa ci resta? Come ho detto, il governo ha la possibilità di sforare nel 2027 i tetti di spesa concordati nel 2024 con l’Ue, indebitandosi ulteriormente. Ma è necessario? Si deve fare debito quando c’è il rischio concreto che un Paese finisca in recessione. Al momento è probabile che la crescita del Pil italiano quest’anno si avvicini all’1%, un valore un po’ più alto di quello del 2024 e 2025. Io sarei prudente nello spendere soldi pubblici in queste circostanze, anche se in un anno di elezioni sarà molto difficile per il governo resistere alla tentazione.