Diciamolo subito: “Non c’è nessun allarme per il cosiddetto batterio mangiacarne in Italia”. A precisarlo è Claudia Lucarelli, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità che si occupa proprio di patogeni.Ovviamente, spiega, il “rischio zero non esiste” ma i casi legati al Vibrio vulnificus, questo il nome scientifico del batterio capace di “entrare” attraverso le ferite e le lesioni della pelle, sono stati finora pochissimi, “a che mi ricordi circa 1 caso in 15 anni”. Ma allora perché se ne parla? E a cosa dobbiamo fare attenzione? E ancora: ci sono luoghi dove è più probabile avere a che fare con questo batterio? E perché in certe zone del mondo è in aumento? Dopo i decessi statunitensi l’infettivologo Matteo Bassetti ha rilanciato la notizia raccomandando di fare attenzione, per esempio quando si ha una ferita aperta e si nuota. Parallelamente alcuni media in Italia hanno ripreso uno studio di 21 anni fa dell’Università di Messina che parlava della presenza del batterio nello Stretto.
Le zone di maggior rischio
Eppure, come certificano anche le mappe Vibrio Viewer dell’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, né in Italia né nel Mediterraneo ci sono particolari motivi di rischio: le concentrazioni e le probabilità di venire in contatto con il batterio si concentrano infatti soprattutto nel Mar Baltico e in alcune acque del Nord Europa, tra Germania e Scandinavia.










