L'ospedale San Raffaele di Milano

Non solo lo scambio di embrioni dello scorso 23 luglio: al San Raffaele di Milano un precedente aveva già coinvolto 12 coppie. Rimangono i dubbi su turnover, carenza di personale e controlli.

Lo scambio di embrioni avvenuto lo scorso 23 luglio nel centro di Procreazione medicalmente assistita del San Raffaele di Milano non sarebbe un episodio isolato. Ci sarebbe infatti un precedente, risalente a circa un anno fa, meno grave per le conseguenze ma significativo per il numero di pazienti coinvolte: la vicenda aveva interessato dodici coppie.

Il caso, che non avrebbe avuto origine da uno scambio di materiale biologico tra pazienti, riguarderebbe il deterioramento di embrioni prodotti a seguito di altrettanti percorsi di fecondazione assistita. La vicenda sarebbe iniziata con il prelievo degli ovociti di dodici donne e la successiva fecondazione con gli spermatozoi dei rispettivi partner. Gli embrioni ottenuti sarebbero quindi stati collocati nelle piastre contenenti il terreno di coltura, una fase fondamentale del percorso di Pma perché consente agli embrioni di svilupparsi fino allo stadio necessario per il trasferimento nell'utero. Qualcosa, però, non ha funzionato. Secondo quanto riferito dallo stesso San Raffaele a una delle coppie, ascoltata dal Tgr Lombardia, una "non conformità del terreno di coltura" avrebbe compromesso la progressione degli embrioni, rendendoli inutilizzabili. Il problema, stando alla ricostruzione fornita dalla struttura, sarebbe stato legato proprio al materiale utilizzato per la coltura e non alle procedure di fecondazione eseguite dal laboratorio. L'accaduto avrebbe, però, avuto conseguenze concrete per tutte le coppie coinvolte: il centro le avrebbe richiamate per sottoporle a nuovi prelievi e avrebbe effettuato una segnalazione di evento avverso al Centro nazionale trapianti.