Il governo di Israele ha a disposizione molti metodi per mettere in difficoltà l’economia della Cisgiordania, e in particolare quella parte di territorio governata dall’Autorità nazionale palestinese, il governo dei palestinesi riconosciuto a livello internazionale. Uno di questi metodi è controintuitivo: fare in modo che in Cisgiordania ci sia troppo contante.

Detta così sembra una cosa poco sensata: istintivamente si può pensare che se in un territorio c’è tanto contante significa che ci sono tanti soldi, e che quindi le cose vanno bene. Fino a poco tempo fa nella Striscia di Gaza assediata e bombardata da Israele il contante era così scarso che c’erano persone che riparavano le banconote danneggiate per poterle usare nei mercati. Se invece in Cisgiordania di banconote ce ne sono tante sarà un bene. Non è così.

La Palestina non ha una valuta propria, e quindi per i pagamenti e le transazioni si usa prevalentemente quella israeliana, lo shekel. Non ha nemmeno una propria banca centrale, e per la gestione della politica monetaria si deve affidare a quella di Israele: la Banca d’Israele, appunto. Per varie ragioni attualmente in Cisgiordania entrano molti più shekel in contanti di quanti ne escano. Questo perché molti palestinesi che lavorano in Israele vengono pagati in contanti, e tornano in Cisgiordania con le loro banconote. Inoltre, molti cittadini palestinesi di Israele comprano beni come la benzina e le sigarette in Cisgiordania, dove sono più economici, facendo entrare nel territorio ulteriori contanti.