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Dallo scorso maggio il governo israeliano ha smesso del tutto di trasferire all’Autorità nazionale palestinese (ANP) i soldi che riscuote per conto suo, e che quindi dovrebbe versarle. L’ANP è l’entità parastatale che governa in modo semi-autonomo alcune zone della Cisgiordania: ha già grossi problemi politici, e la mancanza dei versamenti da parte di Israele ne crea molti anche finanziari. I funzionari palestinesi hanno detto che la situazione è insostenibile: senza quei fondi l’Autorità non riesce più a pagare gli stipendi pubblici e i servizi, già ridotti al minimo.
Non è la prima volta che succede. Negli ultimi trent’anni Israele ha sospeso varie volte i versamenti, completamente o in parte: la sospensione più lunga fu tra il 2000 e il 2002, ai tempi della Seconda Intifada. Il blocco più recente è un’iniziativa del ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra messianica, e sta proseguendo nonostante le pressioni diplomatiche per farlo finire. I fondi trattenuti da maggio a fine settembre sono di più di 1,8 miliardi di shekel, la valuta israeliana usata anche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (equivalgono a circa 476 milioni di euro).






