Bruxelles – La crisi migratoria di Ceuta, l’exclave spagnola in terra nordafricana, ha aperto una voragine tra i Paesi membri dell’Unione europea, sconvolgendo gli equilibri – già precari – tra i leader europei ed evidenziandone le differenze strutturali. In risposta al no secco dell’Italia di riaprire lo spazio Schengen con la Spagna – che rimarrà sospeso almeno fino al 15 agosto – il governo di Pedro Sánchez ha risposto con la stessa moneta: per coloro in viaggio dall’Italia, controlli agli aeroporti e alle frontiere. Ma non bastano le contromisure spagnole per spingere a una riflessione gli animi protezionisti italiani. Perché, per Meloni, la posta in gioco è ben più alta.E lo scontro non si ferma a Madrid. Mentre resta aperto il braccio di ferro con la Spagna, Berlino torna a chiedere a Roma di riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”, riaprendo un dossier che rischia di trasformare la gestione dei flussi migratori in un nuovo terreno di confronto tra Italia e Germania. E sul fronte politico, Meloni trova invece una sponda nella premier danese Mette Frederiksen, con cui condivide la necessità di rafforzare i rimpatri e di spostare fuori dai confini europei la gestione di una parte dei migranti.È così che, dopo Ceuta, la partita sull’immigrazione si allarga. Da una parte Meloni prova a fare fronte comune con i governi europei più rigidi, dall’altra si trova a dover difendere la posizione italiana nei confronti degli stessi partner con cui condivide la linea politica. Una contraddizione solo apparente, che racconta quanto sia diventato difficile per l’Europa trovare una posizione comune sulla gestione delle frontiere e dei migranti.Per Meloni la partita non si gioca soltanto a livello internazionale. Interessa anche il fronte interno, in vista delle elezioni del prossimo anno e della crescente minaccia di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che con lo slogan della “Remigrazione” punta a conquistare proprio quella fetta di elettorato più a destra che la presidente del Consiglio non può permettersi di perdere. La crisi di Ceuta, dunque, rischia di essere molto più di una disputa sul controllo delle frontiere: è diventata il punto di partenza di una nuova fase dello scontro europeo sull’immigrazione, nella quale Roma è chiamata a tenere insieme alleanze, interessi nazionali e consenso interno.La linea italiana“Non faremo marcia indietro di un millimetro sull’immigrazione illegale”, ha scritto Meloni su X mentre i suoi alleati attaccavano il governo socialista spagnolo, accusandolo di non riuscire a gestire i flussi migratori. “Difendere i nostri confini, fermare i trafficanti di esseri umani e garantire un rimpatrio efficace continuerà a essere la politica di questo governo”, ha aggiunto. La premier ha così ribadito una delle colonne portanti della sua agenda politica proprio mentre la crisi di Ceuta riporta il tema al centro del dibattito europeo. Lo scontro con Madrid diventa quindi anche un’occasione per Meloni di riaffermare la propria identità politica, dopo anni nei quali, a Bruxelles, ha progressivamente costruito un’immagine più moderata e dialogante.Secondo quanto evidenziato anche da Politico, Meloni non vuole rischiare di essere battuta a destra sul suo stesso terreno. Con le elezioni previste per il 2027 e un nuovo rivale che prova a occupare lo spazio dell’estrema destra, la questione migratoria torna a essere uno strumento per distinguersi e, soprattutto, per non lasciare scoperto il fianco destro del governo.Il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, è avanzato nei sondaggi, superando uno dei partner della coalizione di governo, la Lega, e guadagnando terreno su Forza Italia. Per Meloni, che ha costruito la propria carriera politica proprio nell’area della destra più radicale, la sfida è particolarmente delicata: mantenere il profilo europeo e istituzionale conquistato negli ultimi anni senza perdere il controllo della propria base elettorale.E dopo Madrid, arriva BerlinoA complicare ulteriormente il quadro c’è ora anche la Germania di Friedrich Merz. Il governo tedesco si è detto pronto a “riattivare i trasferimenti” verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo entrati nell’UE attraverso un Paese e successivamente trasferitisi in un altro Stato membro. La questione è apparentemente tecnica, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro politico tra Roma e una capitale europea.Berlino sostiene che, con l’entrata in applicazione del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo il 12 giugno, siano cambiate le condizioni che avevano consentito una sorta di congelamento dei trasferimenti verso l’Italia. “Il funzionamento del sistema di Dublino è una condizione imprescindibile per il successo del Sistema europeo comune di asilo”, ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno tedesco, sottolineando che Berlino si aspetta la ripresa dei trasferimenti verso Italia e Grecia.Roma, però, contesta questa lettura. Secondo il Viminale, le pendenze relative ai migranti arrivati in Europa prima del 12 giugno devono essere considerate chiuse nei rapporti con la Germania e con altri Paesi con cui erano state raggiunte specifiche intese. E per quelli arrivati dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto, sarebbe ancora troppo presto per stabilire quanti abbiano effettivamente raggiunto altri Stati membri e possano quindi essere trasferiti nuovamente in Italia.Ma il punto più interessante della posizione italiana è un altro: le eventuali richieste tedesche dovrebbero essere valutate anche alla luce della solidarietà europea. Roma vuole mettere sul tavolo gli sbarchi avvenuti dopo operazioni di soccorso condotte da navi di ONG battenti bandiera di altri Paesi europei, molte delle quali tedesche. Non significa che la Germania diventi automaticamente responsabile delle domande d’asilo: secondo le regole europee, in linea generale è lo Stato in cui avviene lo sbarco a essere responsabile dell’esame della richiesta. Ma il nuovo Patto riconosce il peso degli sbarchi sui Paesi mediterranei e prevede meccanismi di solidarietà.Non è un dettaglio. L’Italia è stata classificata dalla Commissione europea, insieme a Grecia, Cipro e Spagna, tra i Paesi sottoposti a pressione migratoria e quindi beneficiari del meccanismo di solidarietà. Per il 2026 il bacino europeo equivale a 21mila ricollocamenti o altre misure, oppure a 420 milioni di euro di contributi finanziari.Una frattura che si allargaE proprio qui si misura la complicazione della posizione italiana dopo Ceuta. La crisi con la Spagna ha riaperto la discussione sui controlli alle frontiere interne e sulla libertà di circolazione; quella con la Germania rischia ora di riportare in primo piano la questione di chi debba farsi carico dei migranti che, dopo essere entrati dalla frontiera esterna dell’UE, si spostano verso altri Stati membri.Secondo una valutazione pubblicata dalla Commissione europea il 15 luglio, nelle prime settimane di applicazione del nuovo sistema otto Stati membri avevano già inviato all’Italia dodici richieste di trasferimento, tutte respinte da Roma. Bruxelles ha ricordato che, con le nuove regole, lo Stato destinatario non può semplicemente rifiutare il trasferimento, ma deve eventualmente proporre una data alternativa. È su questo terreno che la linea italiana sulle “compensazioni” potrebbe diventare decisiva. Roma non sembra intenzionata ad accettare passivamente il ritorno dei dublinanti senza chiedere, in cambio, una maggiore condivisione del peso migratorio.E mentre la disputa con Madrid resta aperta, anche altri governi europei irrigidiscono le proprie posizioni. Oggi (10 agosto) Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno condiviso sui social alcune riflessioni sulla sicurezza dei cittadini e sulla necessità di difendere “i nostri valori e il nostro modo di vivere”. Tra le proposte, la realizzazione di centri per i rimpatri in Paesi terzi e altre “soluzioni innovative”, sempre “al di fuori dell’Europa”. Il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, sostiene che “l’impegno di una donna progressista come Frederiksen dimostra che anche a sinistra ci si possa ritrovare su queste posizioni di buon senso”.Il rischio, per Bruxelles, è che la crisi di Ceuta non resti una crisi bilaterale. Che diventi invece il sintomo di una frattura più ampia, nella quale ogni governo cerca di difendere il proprio spazio politico interno e scaricare sugli altri il peso delle frontiere esterne. E l’Italia, questa volta, sembra intenzionata a giocare la partita fino in fondo.
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