«La grande accoglienza dimostrata dalla comunità barese all’arrivo della Vlora è una caratteristica quasi genetica della città. Ma non so che cosa sarebbe successo se questo episodio si fosse verificato ora. La situazione è molto cambiata, come le sensibilità».

La riflessione della vicesindaca Giovanna Iacovone durante le celebrazioni per i 35 anni dallo sbarco di 20mila albanesi arrivati a Bari dipinge uno scenario della solidarietà in profondo cambiamento: di una città «buona» che oggi sembra smarrita. Violenze contro i senzatetto, odio social verso l’emarginato, come se Bari avesse perso quella sua «caratteristica genetica».

«C’è una domanda che continua a tornare, in questi giorni: i baresi sono diventati più cattivi oppure è la crisi che ha inasprito i cuori? Io credo che la realtà sia più scomoda e più umana insieme». Don Lino Modesto direttore della Caritas diocesana cerca di allargare lo sguardo e traccia uno scenario che distingue la risposta data allora all’emergenza, con una sorta di normalizzazione della povertà che viviamo oggi.

«Nell’agosto del 1991 la città, colta di sorpresa, seppe rispondere con una rapidità e una generosità che ancora oggi commuovono: famiglie che aprirono le porte di casa, parrocchie trasformate in luoghi di accoglienza, volontari che tornarono dalle ferie. Anche la Caritas diocesana, con l’arcivescovo Mariano Magrassi e don Vito Diana, rimase attiva giorno e notte. Quando la storia irrompe con forza, questa città trova spesso risorse straordinarie di umanità».